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Fahrenheit 520. La speranza dalle ceneri di città della scienza

6 marzo 2013

Stamattina ero in macchina. Avevo appena accompagnato le bimbe a scuola e mi stavo recando a lavoro, quando ricevo una telefonata di mia madre, donna forte, nel corpo e nell’anima. Aveva appena appreso la notizia del rogo di Città della Scienza e piangeva. Piangeva come piangono i bambini, quando assistono ad eventi che sembrano loro così inconcepibili da non lasciare altro riparo se non le lacrime, altro sfogo se non il pianto. Io ho cercato di consolarla, dicendole che avevo già saputo di centinaia di iniziative in favore della ricostruzione, soprattutto in rete. Le ho detto che la Città della Scienza l’avremmo ricostruita, tutti insieme, più bella e più ‘porosa’ di prima, che la cosiddetta società civile non si sarebbe arresa dinanzi a tanto scempio.

Poi, a telefonata conclusa, mi sono fermato a riflettere; ho pensato che la notte prima avevo pianto anch’io, annichilito davanti alle immagini dell’Officina dei Piccoli che andava in ceneri, quella stessa officina dove le mie figlie e centinaia di bambini come loro hanno trascorso ore, giorni, ad arrampicarsi, a saltare, a costruire case, a dipingere, ad ascoltare racconti, a guardare stelle, ad osservare esperimenti di fisica, a far volare aeroplani di carta.

Il rogo è avvenuto in un momento tragico per la mia città, una città maledetta, bistrattata, calpestata, ferita nell’orgoglio e privata finanche della speranza. Una città che se ne cade letteralmente a pezzi, lasciando in piedi solo rovine, case e coscienze entrambe sventrate. Con questi pensieri sono arrivato in ufficio ed ho iniziato la mia giornata di lavoro. Dopo un po’ mi arriva un’e-mail, ancora di mia madre. L’oggetto recitava così: “Fahrenheit 520“. Incuriosito, l’ho aperta e ci ho trovato il breve testo che vi riporto di seguito. Questo testo mi ha restituito il sorriso, mi ha messo addosso un’incontenibile voglia di ‘fare’, di attivarmi in prima persona per far sì che le cose cambino, che le energie si ricompongano, che le persone si ritrovino. Esso contiene in sé la sintesi di quello che immagino essere lo stato d’animo di moltissimi di noi, un coacervo di pianto e di speranza, una sensazione di impotenza unita ad un istinto di rivalsa, ad una voglia di riscatto, per noi stessi, per i nostri figli, per questa città maledetta dalla quale non riusciremo mai a prendere le distanze, che continueremo ad amare di un amore disperato.

Ho chiesto al mio amico Luca Carbonelli di ospitare questo mio sfogo, insieme al messaggio di Franca Sibilio, una persona che rappresenta nella mia vita tanti personaggi: una mamma, un’amica, una maestra, una compagna di avventure. Ed è proprio all’avventura che sto pensando, alla chimera della rinascita, culturale, sociale, economica, di una Città della Scienza, nella città nuova, quella Neapolis permeata di storia, di arte, di scienza (appunto) e di cultura, alla quale nessuno di noi smetterà mai di guardare con orgoglio.

“Fahrenheit 520” 

Sembra che questa sia, in gradi Fahrenheit, la temperatura a cui una struttura in legno raggiunge lo stato di carbonizzazione, e quindi crolla: ciò è avvenuto a Città della Scienza nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2013, nel pieno del “tempo della demolizione“ che caratterizza la nostra epoca, e quindi questa città della conoscenza, della curiosità infantile, del coraggio di sperare, è ridotta in cenere, unendosi a quella cenere che oggi annerisce i nostri volti, annebbia la nostra vista, inquina i nostri polmoni molto più di quanto non facesse un tempo la contestata e contestabile fiamma dell’altoforno dell’Italsider.

Ma la storia non finisce qui, poiché chi ha adottato la memoria per costruire il futuro, al tempo della demolizione farà seguire il “tempo della ricostruzione”: le sirene dell’antico lido risaliranno dal mare, i lavoratori tutti di città della scienza si armeranno dei caschi gialli di gloriosa memoria e tutti noi insieme, cittadini di una città abusata, lacerata, adotteremo quelle ceneri, frugheremo in esse per portare alla luce quel fuoco che non si spegne mai perché non brucia la speranza: il fuoco della conoscenza, che attiva la fiamma del sapere.

Info su Simon Pietro Romano

Simon Pietro Romano è un ricercatore in Ingegneria Informatica presso l'Università Federico II di Napoli, dove insegna Reti di Calcolatori ed Applicazioni Telematiche. Da sempre impegnato in attività di trasferimento teconologico vesro le imprese. Nel 2009 fonda Meetecho, uno spin-off accademico in cui confluiscono le attività di ricerca da lui condotte, insieme con Alessandro Amirante, Tobia Castaldi e Lorenzo Miniero (suoi ex studenti divenuti, per scelta e per passione, ricercatori 'precari' della Federico II) nell'ambito delle applicazioni real-time multimediali.

4 risposte a “Fahrenheit 520. La speranza dalle ceneri di città della scienza”

  1. […] al post di Simon Pietro, alla lettera della sua mamma appena ci fu la notizia dell’incendio a Città della Scienza, la sua telefonata al figlio, le […]

  2. Antonio Savarese ha detto:

    Simon non sei solo e soprattuto non lo è tua madre…ci sono io e tanti altri napoletani e non pronti ancora una volta a mettersi in gioco per ripartire.
    Purtroppo il nostro destino è amaro, non riusciamo a godere il bello che ci circonda, non riusciamo a costruire, non riusciamo a lavorare in squadra ed a fare sistema…ma non posso e non voglio arrendermi!

    • Olimpia Liberti ha detto:

      Prof ancora una volta mi confermi che sei un grande! La nostra città merita di rinascere e, soprattutto, può rinascere perchè ad amarla ci sono persone come te che non possono e non vogliono arrendersi, che hanno il diritto di dimostrare alle proprie figlie che un’altra Napoli esiste, che non è solo quella dei delinquenti che spessa fa il giro del mondo facendosi conoscere più della Napoli della brava gente, della gente che vuole lavorare e vorrebbe poter godere ogni giorno delle bellezza e delle potenzialità della propria città senza dover temere sempre il pericolo nascosta dietro l’angolo….. Adottiamole tutti insieme quelle ceneri, frughiamo insieme in esse affinchè la speranza non finisca mai e soprattutto affinchè la nostra sirena torni a vivere. Anche io durante e dopo l’incendio sono stata malissimo e ancora adesso non riesco a pensarci….. La tua lettera mi fa venire le lacrime agli occhi….. Vivo più a Milano che a Napoli, ma il cuore di una persona può stare in un posto solo e soprattutto in momenti come questo il mio non può che essere lì! Spero di poter prendere parte a iniziative di ricostruzione e anche di risentirti presto Prof! Non ti ho scelto due volte come relatore a caso! Sei sempre stato un grande! A presto, Olimpia.

    • Simon Pietro Romano ha detto:

      Anto’, non sono e non mi sento solo. Diamoci da fare, sul serio. Consideratemi “arruolabile” in qualsiasi iniziativa di rinascita.

      SP

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