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Formazione. La responsabilità dei contenuti negli eventi

11 luglio 2016

Formazione. La responsabilità dei contenuti negli eventi. Mi frullava in mente questo argomento da un po’. Ieri è stata una giornata che mi ha fatto molto riflettere sugli eventi formativi organizzati in questi anni. E che continuano a proporsi ciclicamente. Le riflessioni sono scaturite dai concetti condivisi da Emanuela Goldoni e Pier Luca Santoro, che potrete approfondire sfogliando la discussione qui sotto.

Scrivo questo post per allargare la discussione e riorganizzare le idee partendo dal mio punto di vista, che dai commenti nelle discussioni dei due amici si presenta forse frammentario e disordinato.

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Una delle provocazioni era sul fatto del compenso o del mancato compenso percepito dai relatori degli eventi, o di alcuni eventi. Io non credo che il problema sia non pagare i relatori. alcuni eventi sono un arricchimento sia per i relatori che per il pubblico. Penso invece che tante volte si vedono relatori parlare ad una platea pagante talmente grande che, a parer mio, per l’apporto che danno, dovrebbero esser loro a pagare per l’attenzione gratuita che la platea deve inevitabilmente riversargli, e che per ignoranza, considerando il prezzo che la stessa platea paga, si crede inconsciamente che sia un’attenzione ben spesa e su cui investire. Gli organizzatori di eventi dovrebbero avere più rispetto per la platea che paga per assistere, invitando professionisti i cui contenuti vadano oltre la mera promozione dell’azienda che rappresentano. I professionisti dovrebbero avere più rispetto per se stessi e non accettare la chiamata a tutti gli eventi, alcuni dei quali li portano a condividere il palco con persone che sanno solo incastrare qualche termine sull’argomento oggetto del giorno, assimilati magari in qualche conversazione fatta grazie al networking generato da uno dei tanti aperitivi post evento a cui avranno assistito in passato.

Non pagando i relatori ci troviamo eventi stracolmi di speaker che non sono altro che referenti delle aziende sponsor degli stessi eventi. Tanti dei quali non sono altro che una sorta di agglomerato di informazioni che possiamo definire native advertising, in questo caso non sviluppato su piattaforme editoriali ma in aule interattive.

Una delle persone intervenute in una delle discussioni, sia in prima persona, sia perchè chiamata in causa in quanto partecipante al Web Marketing Festival 2016 è Daniele Chieffi (Head of Social Media management & Digital PR presso Eni). Io non lo considero soltanto come un referente di azienda. È uno dei massimi esperti nelle dinamiche di comunicazione aziendale. Un professionista che l’azienda in questione ha avuto la lungimiranza di ingaggiare negli ultimi tempi, portandosi molto più avanti rispetto ai suoi competitor su un media che già oggi abbraccia le generazioni contemporanee e che abbraccerà le future molto più degli altri media tradizionali. Daniele può parlare con dati alla mano in relazione a questa esperienza, ma se non parlasse di Eni avrebbe tanto contenuto utile da condividere comunque. Dietro le aziende vi sono gli uomini, e gli uomini fanno le aziende. Quindi i relatori è giusto anche che parlino dell’azienda perché portano esperienze applicate. Pensando però ora agli altri relatori che non sono i Daniele Chieffi e che riempiono il programma di tanti eventi, la domanda è: quando togli questi relatori dal contesto aziendale, hanno qualcosa da dire che non sia un’accozzaglia di informazioni generiche che hanno trovato in rete o in altri eventi? E anche quando parlano delle aziende che rappresentano, quanto contenuto è frutto della propria esperienza e quanto invece è da ritenersi come mera promozione aziendale comunicata strategicamente a scopo di attirare la platea?

Altro argomento di discussione è stato il confronto tra relatori che propongono solo teoria e i relatori che possono portare in un evento la pratica di case study, su questi ultimi può nascere il dubbio che le stesse strategie non possano essere applicate in contesti aziendali differenti da quelli propri. Dubbio condivisibile, che mi sento di definire come una certezza: ogni esperienza è a sè e varia da azienda a azienda, ed è giusto che ogni strategia vari da caso in caso ai fini dei migliori risultati soggettivi. Questo per quanto riguarda l’esposizione di casi di studio. Il valore però dei contenuti  si percepisce dalla credibilità e dalla reputazione del relatore, che è anni luce lontana dal nulla dei contenuti proposti dai relatori che fanno parte del programma di un evento solo per promuovere un’azienda. Prima dell’avvento di Daniele Chieffi in Eni (senza nulla togliere al suo predecessore), io personalmente non mi sarei mai seduto ad ascoltare ciò che avrebbero avuto da dire della comunicazione di Eni in un evento. In primo luogo perché non la “vedevo”. In seconda istanza perché Eni non era friendly. Ora? Io vedo Eni parte attiva anche negli eventi che promuove. Attiva non solo per promuovere ma per diffondere news sull’evento stesso o per generare buzz sull’argomento. Ed è un piacere.

Gli uomini fanno le aziende. La preparazione degli uomini e le esperienze di quella preparazione applicata nelle aziende fanno i case study. Continuo a pensare che potremmo fare a meno del 90% degli eventi.

Info su Luca Carbonelli

Luca Carbonelli si occupa di sales e marketing per la azienda di famiglia, la Torrefazione Caffè Carbonelli s.a.s. La case history della sua azienda parte quando comincia a vendere il proprio prodotto sulla piattaforma ebay.it, dove, dopo poco viene inserito tra i migliori venditori della piattaforma nella categoria dedicata alle PMI. Successivamente crea www.caffecarbonellishop.com ed è costantemente impegnato nell'aggiornamento e restyling dell'identità della sua azienda sia online che offline. www.caffecarbonelli.it Appassionato di qualsiasi forma di comunicazione purchè funzionale. E' convinto che il feedback del cliente sia la miglior forma pubblicitaria.

2 Risposte a “Formazione. La responsabilità dei contenuti negli eventi”

  1. Daniele Chieffi scrive:

    Sono decisamente in imbarazzo a commentare un post che parla così (troppo) bene di me. Grazie davvero. Vorrei però provare ad aggiungere una riflessione. Per anni, siamo stati tutti un po’ come Emanuela: chiunque parlasse lo si ascoltava come l’oracolo di Delfi. Questo perché da una parte il mondo del digitale era un magma fluido in formazione e nessuno di noi sapeva bene come fare quello che c’era da fare. Dall’altra parte c’era (e c’è) chi, per furbizia, intelligenza commerciale, capacità di astrazione fuffologica, riusciva a mettere due concetti in croce e sembrare Steve Jobs. Insomma, c’era mercato. La polemica che è nata secondo me ha un grande significato: questo mercato comincia, quantomeno, a essere “maturo”. Non ci accontentiamo più, siamo cresciuti, professionalmente e culturalmente. Il digitale inizia ad avere una storia, buone pratiche, regole, dinamiche che rappresentano ormai commodities professionali. Oggi si va a caccia di valore aggiunto, di innovazione, di visione, di coraggio. Tutto questo è un bene. Oggi la vera innovazione non è immaginare nuove teorie bensì trovare modalità innovative di usare ciò che già c’è. Quindi ben venga selezionare chi ascoltare, ben venga costringere chi si propone o viene scelto per essere relatore, speaker, esperto, guru o para-guru a impegnarsi e a costruire valore vero per i propri interlocutori, pena il bagno di pece e piume e il pubblico ludibrio. Se sei veramente bravo, sai costruire valore, ti pagheranno e tu potrai permetterti di chiederlo, se non sei così bravo questo non accadrà e ti limiterai a presentare il tuo prodotto/servizio, esattamente come in una fiera. Perché, tornando a #wmf16, di una fiera si tratta. Non è un evento formativo, non ha questa mission, è una fiera, alla quale si paga per accedere, se vuoi, e dove ti prendi quello che gli espositori ti danno. Alla fiera del mobile non tutte le camere da letto di piaceranno ma tornerai a casa con un’idea più precisa di quale sia la tendenza di design di quest’anno. Basta per chiedere un biglietto? Se c’è qualcuno che lo paga sì e nessuno credo si aspettasse di più. Se così fosse non sfiderà il caldo torrido e le infinite attese per i taxi di Rimini e se ne starà a casa l’anno prossimo. Tutta questa polemica mi sembra un po’ fine a se stessa. Non esiste un eticamente corretto in un mercato in cui conta la tua capacità di contrattazione. Non esiste un etica del relatore. Se non vuoi parlare gratis non parli, se ti serve essere lì, ci vai, anche gratis, se puoi imporre un prezzo lo imponi, se non puoi rifiuti e te ne stai a casa.

    • Luca Carbonelli scrive:

      Grazie per il contributo Daniele. Parlare bene di ciò che si conosce è qualcosa che tutti dovrebbero fare per condividere le buone pratiche. Oltre alla stima che ci lega, ti assicuro che in questo caso ti ho citato perché sei l’esempio più lampante di ciò che esprimo con questo concetto. Io concordo pienamente con il tuo punto di vista. Voglio precisare che la mia riflessione non è centrata su wmf16 davvero perché non l’ho seguito. Non conosco i relatori che sono intervenuti se non perché ho visto qualche condivisione. Ma io leggo i programmi. E in tutta onestà, la presenza alle fiere non la paghi quanto viene proposto il biglietto per degli eventi del genere, dove comunque un certo tipo di contenuto di rilievo vi è. Non credo che gli organizzatori facciano business puntando all’interesse della platea per gli espositori. Credo che il discorso etico ci entri eccome. Ci lamentiamo a volte della qualità di questi eventi, e ripeto che non è questo il caso, ma se non “osserviamo” e critichiamo i programmi, ma accettiamo sempre ciò che ci viene proposto non la miglioreremo mai quella qualità. Alla fine di tutti gli eventi e di gran parte della formazione ci ritroveremo (e parlo per esperienza diretta) persone che hanno frequentato corsi, che hanno letto libri, e che sanno ripetere tutto, per carità. Persone che conoscono i manuali perfettamente. E non è sbagliato eh, ma come diceva @mafe (che non riesco a taggare), ogni esperienza è a se stante. Il manuale buono per il Travel può non andar bene per il food. Quello per la frutta può non andar bene per i vini. E allora cosa facciamo? Creiamo il fruttamarketing? Oltre che il winemarketing (che ahimè ho già letto da qualche parte) e il Travel marketing? Io non credo sia questa la strada. Bensì quella giusta sia selezionare relatori e formatori che sappiano trasmettere i concetti giusti a far sì che si incamerino le nozioni di buon senso frutto della vera conoscenza applicata della materia, che renda i fruitori capaci di praticare la materia con estremo buon senso a seconda delle singole realtà in cui si troveranno a lavorare.

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