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Innovazione, startup, crisi. Tre termini da mettere da parte

8 gennaio 2014

Ieri sera, dopo uno scambio in privato con uno dei responsabili di un noto incubatore di startup con sede a Roma, facente capo a Telecom, mi sono fatto trarre in inganno dal mio impulso. Per una decina di minuti è rimasto online qui nel salotto un post titolato L’innovazione in Italia: la nostra rovina è chi crede di farla. Ho deciso di rimuoverlo perché poteva apparire un qualcosa senza senso, ma purtroppo quando si toccano delle corde personali, senza conoscere la storia altrui, si va incontro a delle reazioni impulsive. Ora, a mente fredda mi fa piacere articolare.

Innanzitutto non è vero che chi prova a fare innovazione in Italia è la rovina di questo paese. C’è l’innovazione che si scrive e si urla, l’innovazione fatta parola per capirci, che non serve a niente se non a creare un pò di eventi a beneficio dei soliti noti che intascheranno i fondi degli investitori, o peggio quelli statali, solo perchè capaci di giustificare, spesso con carte false, determinate attività. Quell’innovazione atta a radunare in uno spazio comune tutti quei ragazzi che attratti dall’inarrivabile sogno americano pendono dalle labbra di chi gli racconta la storia di quell’uno su mille che ce l’ha fatta o di quelle aziende nate, cresciute, sviluppate in quell’America così tanto lontana dal nostro paese per chilometri, cultura, sistema economico, mentalità, che se potessero crescere in Italia non staremo ogni giorno a parlare di crisi economica, di crisi di valori, di futuro più che incerto, ma saremmo un’America in cui si sarebbe sviluppata un’altra Silicon Valley.

Poi c’è l’innovazione che si fa. Quella silenziosa che gli stessi fautori non sanno di star intraprendendo, che prende vigore nel momento in cui qualche persona seria la scova e gli da risalto al di fuori dei soliti canali, quella che quando se ne parla è già un’impresa e non un’idea. Quella che quando la senti o la leggi ti fa immaginare un futuro nel nostro Mediterraneo e non oltre oceano. Quella innovazione che è ancora tanto immatura per colpa dei nostrani educatori alla materia parlata. Quell’innovazione bella dei makers già makers (non delle classifiche) e quella utile dei futuri artigiani che prendono coscienza di come innovare le proprie radici. Quella che in un modo o nell’altro può attivare il vero necessario cambiamento.

Ecco, di queste due accezioni di innovazione ho discusso ieri con quella persona, a cui già in passato cercavo di far capire che startup non significa innovazione.
Si è presentato con nome e ruolo professionale. Mi ha proposto una sponsorizzazione nell’incubatore. L’ha proposto addirittura prima a me piuttosto che ad altri brand blasonati, proprio per l’attività che mi vede svolgere online. Avrei dovuto praticamente offrire il mio caffè gratuitamente a beneficio di quei ragazzi che occuperanno l’acceleratore lavorando per le loro startup, e che, tral’altro, pagano alcuni servizi in determinati casi.

Ho rifiutato. Mi sono reso disponibile a stringere un rapporto cliente-fornitore a condizioni vantaggiose per tutti. E provocatoriamente ho chiesto come mai un’azienda come Telecom avesse bisogno di sponsorship per le proprie attività. Non l’avessi mai fatto…

Mi è stato risposto che l’innovazione (evidentemente la prima di cui ho parlato sopra) richiede sforzi ingenti di tutti, e in tutto il mondo gli acceleratori sono sponsorizzati da una moltitudine di soggetti. Il punto non è risparmiare sul caffè. trovo le cialde ese a 0.15, in un anno saranno 5mila euro. Il punto è lavorare in network, condividere con altri perchè siano 5mila euro per soggetto e non 50mila tutti in capo a noi. Anche perchè i 50mila noi preferiamo darli in investimento alla startup meritevole.

Il calcolo ipotetico basato sulle potenziali sinergie future da venirsi a creare non è che mi era nemmeno molto chiaro, ma in più mi è sovvenuto un ragionamento logico, credo: se voi risparmiate sui 50mila euro per darli alle startup, perché io (sponsor) ve ne offro in merce o in soldoni, o in altro, vorrà dire che a investire in queste startup non siete voi ma io (sponsor) tramite le attività che poi voi andate a vantare in giro. Quindi domani il ventur capitalist della startup vincitrice di uno dei tanti “eventi facciata” porterà sì il nome dell’incubatore e dell’azienda che c’è dietro, ma in pratica investirà (ovviamente il discorso è concettuale) coi soldini risparmiati grazie alle aziende sponsor. Mi è stato risposto che 50mila euro su 2milioni di investimento sono bruscolini. Si, ma sono i miei bruscolini e non i tuoi. E poi sono le sponsorship, al plurale. Sono bei bruscolini.

Questo passaggio in una logica di mercato può anche essere una dinamica normale. Ma mi chiedo dove sia l’innovazione in un comune rapporto tra cliente-fornitore regolato da dinamiche di pubblicità-cambiomerce atto a risparmiare per puntare su altri investimenti (startup).

Quando poi mi sono congedato facendo presente che mi sarei sempre tenuto alla larga da queste ambigue dinamiche a beneficio degli innovatori di chiacchiere si è finiti col degenerare nel celolunghismo imprenditoriale: io ho fatto due imprese. Il giorno che ne hai fondate almeno un paio, avrai sufficiente capacità di comprenderlo, il mio profilo. Ma sono certo che preferirai continuare a giocare all’innovatore cazzarando sui social grazie all’azienda di papà. Ecco, è qui che era scattato l’impulso.

Ora, tralasciando il personale. Che la storia è un pò diversa. La mia domanda è: come si fa impresa  nel 2014? È identificabile realmente con il termine impresa quel progetto (startup) che per avviarsi perde anni di potenziale vitalità in attesa di un venture capitalist o di un fondo statale? È definibile impresa quella società nata sulla base di requisiti necessari scritti su un decreto, e che ha intascato tanti di quei fondi di cui prima, e che poi è andata sgretolandosi nel giro di pochi mesi non lasciando tracce alcune di quei fondi? L’ AD, il CEO, il Founder, o come vi piace chiamarlo, di quella startup è l’innovatore da tener come riferimento? O forse l’innovatore è il ventur capitalist (il ministero o la multinazionale) che ha puntato su di lui affidandogli quei fondi poi perduti? Io non credo.

Un altro termine troppo usato e svalutato è crisi, proprio come startup. Non tutte quelle che oggi chiamiamo startup rappresentano un’impresa in fase embrionale. Non tutto ciò che chiamiamo crisi rappresenta un cambiamento dall’equilibrio in cui si versava. Non siamo più in crisi. Lo stato della nostra attuale economia non è più da definirsi crisi. È costante, da più di un decennio ormai. Domani, sperando che riusciremo ad uscirne al più presto, lo ricorderemo come un periodo storico poco produttivo per le nostra aziende, durante il quale lo stato non ha saputo trovare celermente il modo per aiutarle e per reggere un’economia florida. Oggi, stiamo vivendo questo periodo. Allora basta parlare di crisi. La crisi è quando in un periodo di equilibrio arrivano circostanze tali per cui l’equilibrio viene a mancare. Sono anni che viviamo in un equilibrio precario. Con un’economia precaria. Bisogna lavorare per superare questo periodo, ma finiamolo di chiamarla crisi, che è meglio. Altrimenti rischiamo di far crescere i ragazzi nell’ottica errata che con la chiacchiera dell’innovazione nel megafono, che recluta giovani nerd che fanno startup, possa domani mattina questo periodo avere fine e la nostra economia rifiorire grazie alle chiacchiere. E intanto le imprese continuano a chiudere e i giovani a partire.

Info su Luca Carbonelli

Luca Carbonelli si occupa di sales e marketing per la azienda di famiglia, la Torrefazione Caffè Carbonelli s.a.s. La case history della sua azienda parte quando comincia a vendere il proprio prodotto sulla piattaforma ebay.it, dove, dopo poco viene inserito tra i migliori venditori della piattaforma nella categoria dedicata alle PMI. Successivamente crea www.caffecarbonellishop.com ed è costantemente impegnato nell'aggiornamento e restyling dell'identità della sua azienda sia online che offline. www.caffecarbonelli.it Appassionato di qualsiasi forma di comunicazione purchè funzionale. E' convinto che il feedback del cliente sia la miglior forma pubblicitaria.

15 risposte a “Innovazione, startup, crisi. Tre termini da mettere da parte”

  1. […] quando a farsi avanti, l’ultima volta, non è stato il giovane creativo innovatore, ma il levigato imprenditore innovativo (ex creativo innovativo che ha svoltato diventando imprenditore inn… che chiedeva una sponsorship non più per l’organizzazione di un singolo evento, bensì per […]

  2. kirakot ha detto:

    Diffido da chi prende il confronto sul piano personale: denota “pochezza” individuale.
    Certo è che ognuno ha la sua storia e l’invidia è una brutta bestia.
    Trovo che in questo caso le parole siano state usate come schermo: oggi è tempo per uscire allo scoperto, per schierarsi e per fidarso.
    I fatti parlano più di mille parole: avanti tutta Luca!

  3. Annamaria De Fano ha detto:

    Luca, che spiacevole episodio ci racconti…e con grande oggettività. Chi ti conosce e ti segue, sa che miracolo hai/avete compiuto nella tua azienda semplicemente ribaltando l’ottica dell’approccio al mercato e ai consumatori. Questo ribaltamento (con conseguente evidente miglioramento delle performances aziendali) è scaturito dall’innovazione che stava dentro la testa del management, non da business angels, incentivi o altro. E da meridionale aggiungo, in un’azienda storica del povero e bistrattato sud Italia. Luca Carbonelli e il suo staff sono la prova provata che SI PUO’. Avanti così, Luca. Il tuo buon senso, le capacità manageriali e la tua lungimiranza ti aiuteranno sempre, come questa volta, a saper fare le scelte più sane per la tua azienda. Un caro saluto. Annamaria

  4. Vito ha detto:

    all’inizio della mia scelta, 4 anni fà, mi sono affaccìato ad un incubatore per un pò.. Non ho trovato situazioni di questo tipo però scavando, per vedere quali fossero i collaboratori a supporto, ho scoperto che erano sempre gli stessi del circuito “consulenziale” locale. Comunque per correttazza non facciamo di tuttal’erba un fascio, qualcuno lavora bene. Spiace vedere che queste cose capitino sempre, Coraggio Luca!

  5. Cristiano Carriero ha detto:

    Io non sopporto più questa parola. La odio, la allontano, non mi fido. Gli innovatori sono vecchi, decrepiti, morti. All’innovazione preferisco la tensione, lo slancio, il prototipe fast per usare una parola un po’ più forbita. Alla peggio avremo lavorato su progetti poco remunerativi ma ambiziosi, interessanti, formativi. Mi viene in mente Bloglive. E non perché ci sono dentro con entrambi i piedi ma perché vuoi mettere imparare cose nuove da ragazzi di 15 anni o di 20? E grazie ad un progetto che Luca ha pensato ho scoperto che non c’è bisogno di andare in Silicon Valley, basta andare a Nocera o a Locorotondo. Stanno là gli innovatori, hai voglia a parlare.

  6. Stefania Zolotti ha detto:

    Leggo il post iniziale e i commenti a seguire e sembriamo tutti dello stesso parere.
    Mai nessuno che prenda pubblicamente una posizione allineata rispetto a queste storie negative, fosse anche solo per il gusto di fornirci un’argomentazione o un senso.
    Ben venga dare un supporto a Luca – che poi è un supporto morale – perché ne conosciamo bene la stoffa.
    Davanti a certe storie, che forse molti di noi si trovano a vivere in prima persona, mi chiedo sempre se possa bastare il solo raccontarle e farle girare ma di certo è già molto.
    C’è un sacco di gente anestetizzata ormai alla finzione o al compromesso, come fossero imprenditori impermeabili a qualsiasi stimolo positivo o negativo.

    Innovazione è una parola che sembra un controsenso in se stessa, puzza tanto di vecchio e di naftalina anti tarme ma le tarme sono già in giro da tempo e hanno fatto buchi così grandi che le maglie del lavoro serio si sono sfilacciate quasi tutte.
    Non riescono più a mettere nemmeno le toppe perchè non basterebbero.
    Beati quelli che l’hanno buttata da tempo, dentro se stessi, la coperta di Linus.

  7. Gaetano Bonfissuto ha detto:

    Questa storia che tu ci porti ad esempio Luca, la dice lunga sul perche il paese si trova in crisi

  8. Daniela Giacchetti ha detto:

    Più che entrare nel merito del progetto proposto e rifiutato da Luca – poichè è stato già sviscerato in maniera più che chiara – e più che parlare di startup e innovazione (anche queste già chiarite nei vari aspetti da Luca) mi soffermo solo un altro, piccolo, semplice, aspetto. Collaborazione.
    In questo caso mi sembra la parola chiave, di cui però sembra che il proponente non abbia inteso il significato.
    Se collaborazione deve esserci, deve andare a doppio senso. Deve dare valore aggiunto a tutte e due le parti.
    Dietro le startup, dietro l’innovazione, dietro i social, dietro ogni cosa, ci sono le persone. Se le persone funzionano, con grande probabilità possono funzionare i progetti.
    Per natura semplifico, e mi sembra che qui una delle parti ha funzionato poco.
    Per il resto, conosco bene, per il ruolo che ricopro nell’azienda per cui lavoro, le difficoltà degli artigiani e dei piccoli imprenditori che ce la mettono tutta, perchè ci credono in quello che fanno. A volte sì, facendo innovazione senza saperlo.

  9. Leonardo Paolino ha detto:

    Sono un startupper? si! 🙁
    …perchè ogni giorno mi domando se domani riusciro a far decollare il nostro “aeroplanino”, tra un miliardo di difficoltà, cercando di continuare ad investire nelle persone e nella “conoscenza”!

    Ormai da 7 anni e mezzo…si (nonostante gli anni passati), con quasi 50 dipendenti, e mi confronto quotidianamente, purtuppo, con questo tipo di personaggi:
    Sempre sorridenti, sicuri di se, sbrigativi, ma di una superficialità che mette tristezza.
    A parole, grandi esperti di gestione aziendale, che poi te li trovi, con professionale faccia tosta, a chiedere a te di pagare per la loro inadeguatezza.

    Sappiamo sbagliare da soli, grazie!

    Un abbraccio a Luca ed a tutti quelli che friggono dentro.

  10. Michele De Martiis ha detto:

    Per questo “incubatore” vale pertanto la regola che se non la pensi come lui sei solo il figlio di papà, se invece ci vai d’accordo (cioè apri il portafoglio) sei assurto ad icona degli innovatori.
    Sarà per l’esperienza che ho fatto ieri o per quella che sto vivendo oggi, a me pare piuttosto che il network si crei non a pagamento, bensì portando sé stessi, la propria esperienza e la volontà di condividerla per costruire. Magari è questa l’innovazione e non la solita vecchia marchetta.

  11. Un altro post semplicemente da condividere al 100% di Luca Carbonelli …
    … solo una provocazione: se estendessimo alla “innovazione in politica” tanto di moda nel 2013 (la “coda” di supertecnici … Letta … Grillo … Renzi … ecc. ecc.) … che dovrebbe farci uscire dalla crisi che fino a novembre del 2011 non c’era nemmeno?

  12. andrea264 ha detto:

    Conosco Luca e più che altro conosco il risultato del suo lavoro. I numeri parlano chiaro. Ha ispirato alcuni miei progetti e lo devo ancora ringraziare. Non conosco il progetto di telecom ma mi sembra abbastanza chiaro che quando si cerca di essere investitori, siamo tutti bravi con i soldi degli altri.

  13. Roberto ha detto:

    Avevo scritto un pistolotto lunghissimo mahonfatto del casino.
    Meglio non addentrarsi nell’uso di un blog quando non si sa usare bene lo strumento…
    Cosa valida anche per i grandi tromboni che poplano la vita di tutti i giorni.

    Riassunto del pistolotto testé cancellato:

    ‘aquila non capit muscas’ frase usata anche da San Paolo, coautoremd7nuna startup dell’antichità tuttora fiorente… 😉

  14. Beniamino Bacci ha detto:

    Come nei migliori racconti, di questo post mi ha colpito l’inizio: reazione di impulso, ragionamento, approfondimento. Già questa sequenza mi è sembrata innovativa e meritevole di attenzione. Entrando nel merito, Luca riesce ad inquadrare molto bene l’inefficacia di certe logiche miopi. Se non c’è nulla di male a chiedere finanziamenti, anche in modo creativo, per sviluppare una idea, trovo che questo modello di incubatore, sia funzionale solo alla sopravvivenza dell’incubatore stesso. Non vedo nessuna spinta o stimolo verso quell’elemento essenziale che ogni impresa, ogni imprenditore dovrebbe avere: il coraggio.
    Oltre all’elemento di conservazione dello status quo, delle logiche di lobby che sicuramente, spesso ci sono e sono predominanti, mi sembra che questi fantomatici incubatori servano troppo spesso a tenere in piedi progetti che non sanno camminare da soli, perché gli stessi imprenditori non ci credono abbastanza; ed al primo ostacolo, da affrontare da soli, senza la “mamma”, inevitabilmente, mollano.

  15. Osvaldo Danzi ha detto:

    “fare innovazione con i bruscolini degli altri” è la sintesi più azzeccata di questo pezzo. Le startup in Italia sono una grande opportunità. Peccato che sembri tale solo per chi decide di regolamentarle, incubarle e di fatto, di innovazione ne fa ben poca. La domanda è: “cosa contraddistingue questi incubatori di nuova generazione, da qualsiasi associazione di categoria di vecchia generazione?”
    Sembra assolutamente nulla.
    Sia questi che quelle non investono direttamente sui partenrs (o soci, o associati), ma chiedono continuamente tessere, supporto (gratuito) o partnership (sponsorizzate).
    Sia questi che quelli non prestano nessun tipo di servizio qualitativo (affittare uno spazio per permettere a un team di lavorare è così innovativo?)
    Sia questi che quelli, conservano. Lobby, piccoli poteri, gerarchie.
    TUTTO-COSI-POCO-INNOVATIVO.

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