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La necessità della sottrazione

27 maggio 2013

Non ho la benché minima idea di cosa abbia detto Lee Strasberg, direttore dell’Actors Studio, in una delle sue lezioni a Meryl Streep. Mi immagino solo che lei non fosse lí per prendere appunti ma, casomai, per cogliere spunti. Quello che mi posso immaginare è che il maestro abbia insegnato a quella fantastica attrice, il dono della “sottrazione”.

Perché ci sono attori che, per farci capire quanto sono bravi, devono aggiungere gesti, trucco, esasperazione, lacrime, falsetto e ci sono attori, quelli piú grandi, che riescono a infilarti negli occhi una penna usb con una quantitá di giga di emozioni, che quando la tolgono, il download è irreversibile.

Una sequenza de “Il diavolo veste Prada”, praticamente il finale, con un primo piano di Miranda che da solo varrebbe un Oscar. Lei è nella sua auto di lusso, guarda la sua allieva andarsene e, per una frazione di secondo, si vede svanire quella maschera da perfida stronza che ti puó rovinare l’esistenza; per un istante si vede uno sguardo di compiaciuta dolcezza, distonico con il personaggio e per questo immenso. Ma questo dura solo un paio di fotogrammi perché quella sottrazione lascia nuovamente spazio ad un’espressione perfida. Quella di sempre.

La prova d’attore della Streep conta piú di un monologo Sheakespeariano, piú di una parte da caratterista, piú di un personaggio morente che racconta nel suo ultimo respiro i suoi conflitti interiori.
La bravura non sta nel mettere strati di panna montata su una torta di frutta ma nello scegliere la frutta migliore esaltandone il sapore.
Questo dovremmo impararlo tutti, in ogni lavoro, ogni giorno della nostra vita.
Quando dobbiamo prendere una decisione importante o quando dobbiamo fare una mossa in una partita di carte. Spesso “fare bene” vuol dire evitare di compromettere un risultato che di per sè sarebbe buono. Se non toccassi niente il mondo sarebbe migliore? Molte volte la risposta è sí. Il problema è il non capirlo. Ci affanniamo a voler dimostrare. A voler ribadire ad ogni costo la nostra presenza su un posto di lavoro, la nostra presenza nel mondo. Come se un progetto che passa sotto i nostri occhi, solo perché ci viene chiesto di guardarlo, debba per forza essere modificato.

Non so se a svolgere il mio ruolo di direttore creativo sono bravo. In questo periodo di storia, la risposta è piú incerta che mai. Tuttavia, dopo che gli input che il mio ruolo richiedeva erano stati dati, i lavori migliori che sono usciti dalla nostra agenzia, sono stati quelli dove mi sono fidato degli altri e in cui, di fronte ad una bozza, ho semplicemente detto “Sí, va bene cosí”. Serve una grande maturitá. Mi immagino che sia difficile lasciare invariati: una proposta di legge, un progetto che arriva sul tavolo di un Ministero, la richiesta di un gruppo di cittadini ad un Sindaco. Ma sarebbe un grande segnale di intelligente lungimiranza. Dare fiducia senza voler cambiare per forza qualcosa che funziona giá, solo per il gusto di aggiungere uno strato di panna in più. Che forse è quello che renderá la legge, il progetto, la richiesta, inutilmente stucchevole e priva del sapore iniziale.

In un Paese che ha cosí tanti problemi, dovremo imparare a non aggiungerne. Dovremmo essere capaci di capire l’importanza della sottrazione.

Info su Giampiero Cito

Giampiero Cito è amministratore e direttore creativo di Milc, agenzia di comunicazione pubblicitaria di Siena. Tra i suoi clienti ci sono il Gruppo Montepaschi, Estra Energia, Coop Centro Italia, Fondazione Sistema Toscana, Sixtus. È coautore del libro "Mad in Italy. Quindici consigli per fare business in Italia. Nonostante l'Italia." Ed. Rizzoli Etas. Insegna al Master in Comunicazione d'Impresa dell'Universitá di Siena.

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