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Rappresentanza e cambio generazionale

5 marzo 2016

Gli ho detto che erano “attempati” e loro si sono risentiti. “Ci sentiamo più giovani di te”, mi hanno risposto.

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E chi lo mette in dubbio? Io che nel fine settimana guardo la premier e vedo giocare squadre in cui l’età media dei calciatori è ventuno anni e mi sento vecchio. Credo che con le stesse persone dai capelli bianchi, se ci fossimo trovati in un bar a parlare di pallone, del sistema calcio italiano, confrontandolo a quello europeo, avremmo sicuramente concordato su tutto. Noi che rivendicavamo la proprietà di Insigne già quando era a fare faville alla corte di Zeman, e che lo volevamo in campo col Napoli a diciott’anni perché “o’guaglion è Napulitan, perché nun o’fann jucà ‘cà?”. Noi che allo stesso tempo però “Ma chi è Spalletti? Un capitano, c’è solo un capitano. Ha 38 anni e beh? Totti è a’Roma”. E mentre scrivo El Sharawy fa il suo quarto goal in quattro partite da quando è a Roma, mentre er pupone entra alla fine e caracolla. Noi che nel nostro bunker abbiamo sempre ragione si, finché non mettiamo il muso fuori dalle nostre mura e guardiamo quell’Europa dove a Liverpool, ad esempio, “Un capitano c’è solo un capitano” in questione, dal nome Steven Gerard, l’anno scorso ha commosso tutti salutando, dopo aver dato tutto per quella maglia, congedandosi consapevole di non essere più ai livelli massimi, portando la propria esperienza altrove, dove sono pronti a pagarla più del valore che lui stesso gli avrebbe attribuito in patria. In quell’Europa in cui dare spazio ai giovani non è un’interpretazione ma è cultura.

“I nostri giovani se ne vanno altrove non perché lì sono più bravi,
perché ovunque vanno poi sono i nostri giovani ad essere i migliori in ogni settore,
se ne vanno altrove perché altrove li lasciano lavorare, gli danno spazio.”

Sergio Silvestrini

Io, in realtà, avevo iniziato il mio intervento ricordando mio padre che lunedì prossimo avrebbe compiuto ottant’anni; che devo la mia formazione a lui, che fino a pochi mesi prima di lasciarci era ancora in azienda, e non a dirci che lui si sentiva più giovane di noi quando noi gli dicevamo che le cose non si fanno più come le faceva lui, che lui era attempato. No, lui scendeva ancora in azienda per spronarci, consigliarci, darci manforte, per credere in noi e imparare da noi cose nuove. Non ci ha mai ostacolato. Non ci ha mai sfidato. Ci ha solo ascoltato e capito. E da quando abbiamo iniziato a fare a modo nostro la nostra azienda è rinata. E lui era contento, soddisfatto, era lui grato a noi, noi che a lui dobbiamo tutto ciò che sappiamo sul caffè, sul fare impresa, su come si vive in una società che non ci regalerà mai nulla. Noi che in ogni nostra azione ci mettiamo tutta la fondamentale esperienza che lui ci ha tramandato.

Io credevo di poter portare una testimonianza positiva di un’azienda familiare rinata grazie al cambiamento, grazie ad una innovazione evidente, e ho invece incontrato una platea consenziente finché si raccontava la storiella, scettica e permalosa nel momento in cui mi son concentrato sul come si è costruita la storia degli ultimi anni di Caffè Carbonelliuna platea che s’è offesa perché argomentando ho fatto notare che in sala vedevo imprenditori un po’ attempati, auspicando un cambio generazionale.
Il paradosso è stato che le cariche più alte di un’associazione, solitamente le più conservatrici, sono state le più predisposte ad accettare le necessità di un cambiamento radicale all’interno della stessa associazione, auspicando di snellire struttura ancor troppo articolata, al fine di accostare nuovi servizi per le imprese a quelli tradizionali, dirigenti pronti a spiegare le nuove opportunità da cogliere grazie all’internazionalizzazione, alla digitalizzazione, facendo presente che la nostra, la CNA è una delle associazioni di imprese più attive su questi fronti, che oggi l’artigianato ha nuove enormi opportunità grazie alla presa di coscienza del valore del made in italy da parte delle istituzioni e di grosse aziende internazionali (Vedi i progetti che portiamo avanti con Google e Amazon, e che si apriranno ad altri grossi partner) che stanno investendo su di esso. Insomma un po’ lo specchio di una società in cui, in questo momento storico i governanti parlano di cambiamenti e innovazioni provando per la prima volta a concretizzarli, e il popolo tentenna ad attuarli, forse disilluso.

Ho sentito parlare, come se ne sentissero la mancanza, di esperienze fatte trent’anni fa, citando philips, olivetti. Ho sentito persone che addirittura lamentavano tutto il male che l’entrata nell’ Eurozona ha fatto all’Italia. Pareri che in una discussione più ampia possono avere un proprio senso, ma che non sono funzionali ai fini di una ricostruzione che punta al futuro benessere delle imprese. La storia di Olivetti e Philips la conosciamo, e chi è stato intelligente ne ha attinto tanti benefici e cercherà di tramandarne la lezione agli eredi, ma oggi, nel contesto di un’assemblea il cui tema del giorno titola “connessi al futuro” volendo ragionare sul ruolo della rappresentanza e su un inevitabile e necessario cambio generazionale, occorre argomentare di progetti e imprese del presente -si, lo so, fossero tutti attuali come Adriano Olivetti all’epoca. Non venite a dirlo a me che lo porto in giro spesso nei miei pitch-.

E allora, mentre ad un certo punto ascoltavo le loro critiche al mio intervento, guardavo le notifiche giunte sul mio Iphone che evidenziavano due nuovi ordini, di cui uno su Amazon, e leggevo l’email arrivata da unioncamere che finalmente dà il via libera all’ingresso del tirocinante nella mia azienda grazie al progetto crescere in digitale di Google e del ministero del lavorosorridevo e mi rammaricavo per quello che stavo ascoltando, anzi per quello che avrei voluto ascoltare e che non ho sentito dagli imprenditori che dovrebbero farne richiesta come il pane, ma solo dai dirigenti che hanno cercato di spiegare a chi non sa, che magari c’è un modo per, e ci sono iniziative attive oggi che possono portare nuova linfa alle imprese. E mi chiedevo come fosse possibile che nonostante uno di questi avesse sottolineato come  i nuovi associati chiedano all’associazione non più di ricevere i soliti servizi, bensì di trovare un modo per fare mercato, nonostante, accodandomi a questa evidenza, il mio discorso volesse dare una risposta a queste aziende con una speranza e uno stimolo, parlando di digitalizzazione, di ecommerce; nonostante le -a tratti emozionanti- osservazioni, fatte di pancia e di cuore dai dirigenti, mi chiedevo, insomma, come nonostante tutto ciò, l’unica cosa che sembrava aver provocato una reazione veemente nella platea, fosse stata la mia provocazione a beneficio di un cambio generazionale.

Vendere su amazon

Quello che mi porto a casa dal pomeriggio di ieri, è la fortuna di aver scelto di far parte di un’associazione consapevole, che vede nei suoi dirigenti la lungimiranza di capire i limiti e le potenzialità della stessa, e per questo viva. Mi porto a casa la coscienza che stiamo percorrendo la strada giusta. Che, come ha ben detto il mio direttore CNA Napoli Vincenzo Gargiulo, “x debolezze messe insieme non sempre fanno una forza”, e allora anche se si riuscisse nell’obiettivo di unificare le CNA provinciali, occorrerebbe comunque un’innovazione strutturale, altrimenti sarebbe un processo fine a se stesso. Mi porto a casa la consapevolezza dei risultati tangibili, ottenuti da Peppe Oliviero, che con la sua opera di tessere connessioni tra istituzioni e imprese sta riuscendo a tener su e a far crescere questa associazione provinciale-regionale e a darle voce nel panorama nazionale, e a portare la voce della CNA Nazionale in Europa. Mi porto a casa lo sprono a non mollare e le care parole rivoltemi dal segretario nazionale Sergio Silvestrini che esortando tutti a dar spazio ai giovani anche ai tavoli della rappresentanza, ci ha invogliato a perseverare su questa strada. Mi porto a casa la conclusione venuta fuori da un lungo pomeriggio di dibattito che ha visto trecento delegati confluire verso un’unica direzione, e mi porto a casa anche le critiche arrivate, perché sono benedette, in un contesto in cui dare voce a tutti serve per costruire un pensiero comune e consapevole di ogni punto di vista.

Invito, in definitiva, gli imprenditori, i piccoli artigiani a prendere consapevolezza di sé, di ciò che gli occorre, li invito ad una partecipazione attiva ai tavoli di lavoro, in un’epoca in cui, come ha testimoniato in questa assemblea il sindaco di Napoli on. Luigi De Magistris, le istituzioni aprono davvero le porte ai cittadini per un dialogo. E nessuno può negare che rispetto agli anni passati viviamo in un’era in cui le imprese e i cittadini sono chiamate a partecipare ai tavoli decisionali attraverso i rappresentanti delle associazioni di categoria. E allora invito tutti a prendere coscienza del ruolo della rappresentanza e del cambio generazionale, del cambiamento in atto, quanto meno di fare qualcosa per potersi sentire rappresentati, come imprese, e come persone, nelle sedi opportune, dalle figure elette con cui si condividono idee, principi e obiettivi comuni.

Sono certo che nel 2016 le imprese senza le associazioni di categoria e i sindacati possano sopravvivere tranquillamente. Sono altrettanto certo che snellendo queste strutture, rinnovandole dal proprio interno mettendo le imprese al centro di questo processo di rinnovamento, si ridarà a queste imprese una forza maggiore di quella che potranno avere facendo il proprio percorso da sole.

Info su Luca Carbonelli

Luca Carbonelli si occupa di sales e marketing per la azienda di famiglia, la Torrefazione Caffè Carbonelli s.a.s. La case history della sua azienda parte quando comincia a vendere il proprio prodotto sulla piattaforma ebay.it, dove, dopo poco viene inserito tra i migliori venditori della piattaforma nella categoria dedicata alle PMI. Successivamente crea www.caffecarbonellishop.com ed è costantemente impegnato nell'aggiornamento e restyling dell'identità della sua azienda sia online che offline. www.caffecarbonelli.it Appassionato di qualsiasi forma di comunicazione purchè funzionale. E' convinto che il feedback del cliente sia la miglior forma pubblicitaria.

3 risposte a “Rappresentanza e cambio generazionale”

  1. lucio insinga ha detto:

    Buonasera Luca, come dirigente prima e come consulente dopo ho sempre lavorato nelle PMI, affiancando gli imprenditori. Con loro e per loro mi sono confrontato con tutte le associazioni di categoria, delle imprese e dei manager.
    Come dice Fiorello, non facciamo di tutta l’erba un fascio ma a filo a filo t’assicuro che ho fatto un bel fascio. Vuoi sapere la mia opinione sulla tua iniziativa se è degna di lode? La risposta è si. Vuoi sapere se la tua testimonianza sarà presa d’esempio da qualcuno? La risposta è forse. Vuoi sapere se il tuo contributo cambierà il modo di agire della CNA? La risposta è no? Vuoi sapere perchè sono certo di queste risposte? Perchè le tue logiche (aziendali) non sono quelle sindacali e politiche di questi postifici, perchè i corpi intermedi come si definiscono, sono ridotti a società di servizi? Ne vuoi la prova? Cosa offrono? servizi paghe e contributi, contabilità, finanziamenti agevolati, formazione prevalentemente e di bassa lega per i dipendenti delle aziende associate (sicurezza, qualità, autorizzazioni HACPP). Ti risulta che CNA, abbia mai organizzato un Master con i contro c…i per imprenditori, ti risulta che argomenti come Foundraising, coaching employment, resilienza, clima aziendale, guida all’internalizzazione,che sono il cuore dell’impresa, facciano parte del loro dizionario? Il problema è politico. O tu offri servizi (come fanno), oppure campi di rappresentanza,e quanto campi?
    Chi rappresenti? Puoi indicare cinque risultati tangibili (Solo una mano….ma ti basta e t’avanza) di istanze degne di rappresentanza che si ricordano?
    Con stima per la lodevole iniziativa e sinceri auguri per una rapida quotazione in borsa, per la quale vorrò esserci.
    Lucio

  2. Osvaldo ha detto:

    Tu sai come la penso Luca. Le Associazioni di Categoria non associano più nessuno. Sono autoreferenziali, poco “connesse” col territorio, con i consumatori, con l’innovazione vera (anche se molto piccola, come quella all’Italiana) e molto “connesse” con i titoli, le cariche, la politica, le istituzioni.

    Leggo il tuo coraggio nell’aver lanciato un sasso in mezzo alla folla e aver incitato quegli imprenditori a “svecchiarsi”, ma soprattutto, facendo l’esempio di tuo padre, ad assumere un ruolo diverso: quello di chi ha aperto una strada, fatto una storia ed oggi ha il know how per formare, mettendosi da parte nell’operatività.

    Abbiamo un Paese che ha perso i Maestri. Non per niente si continua a citare Olivetti e Steve Jobs. Nel mezzo e dopo, il nulla. (Non sarà certo Marchionne a fare la storia dell’industria o peggio quel retrogrado di Cucinelli, buono solo a imboccare le agenzie di stampa).

    Poi però anche tu, fai un finalino tipico delle sagre di Paese, dove si ringrazia il Sindaco, gli assessori, “l’organizzazione che ha permesso tutto questo”.

    Prendi quei 3-4 personaggi (se esistono) che hanno capito il senso della provocazione e che sono in grado di staccarsi i galloni dalla giacca e disposti a guidare dalle retrovie. Create una scuola – tecnica o di pensiero – con cui far crescere i figli degli imprenditori, quelli che oggi riconosci perché quando entrano in azienda, in genere a metà mattinata, gli altri dipendenti pensano “suo padre si, che la mattina era qui prima di tutti”. Li riconosci perché normalmente ricoprono ruoli nel marketing o nelle risorse umane – se i padri hanno capito di aver tirato su degli incapaci – oppure sono gli AD incaricati il giorno dopo aver preso la laurea. Senza un giorno di fabbrica in vita loro.

    Create una scuola, comprate delle lavagne analogiche o digitale, e chiedete agli amici bravi di mettere a disposizione le loro competenze. Ritroviamo i nostri Maestri.

    Senza di quelli, potete solo nascondervi nei Convegni a parlare di cambiamento, internazionalizzazione e digitale. Argomenti che sui libri sono spiegati benissimo.

    • Luca Carbonelli ha detto:

      Lo sai quanto ti stimo. Ma a volte dovresti andare oltre le categorizzazioni. Sull’utilità delle associazioni ho espresso il mio pensiero nel post, e non si discosta dal tuo. Solo che dall’interno mi muovo per cercare di cambiare le cose prima che davvero le sedi diventino un groppone sulle spalle degli imprenditori piuttosto che delle risorse dalle quali gli imprenditori possano attingere.
      Nelle associazioni ci lavorano le persone, e ti stai sbagliando, non hai letto attentamente: io non ringrazio nessuno nel post, i ringraziamenti sono impliciti nel momento in cui trovi persone con una visione allargata nelle associazioni di categoria che ti permettono di essere te stesso in delle struttura che la storia e la percezione esterna, a ragione, dichiarano “chiuse”. Io nel post cito le parole di quelle persone e i risultati che hanno ottenuto perché erano lì e sono stati i protagonisti del pomeriggio. Non ringrazio, dico solo quello che mi son portato. Un po’ come quando vai a un concerto, e registri la canzone preferita dell’artista che stai ascoltando, no? Mi segui, sai che lo faccio sempre 🙂
      E poi sai come la penso sulla necessità di creare scuole di impresa. Sai quanto apprezzo la formazione che proponi, sai che quando ho potuto e hai voluto ho portato il mio piccolo contributo, perché sono quelle le “scuole” che mi piace veder crescere. Che vuò fa Osvà… sei attempato pure tu. Devi un poco uscire dalla visione delle cricche brutte e cattive. A volte, gruppi di persone e imprese, e tu con Fior di Risorse ne sei un esempio, sono costituite anche da risorse meritevoli di stima e fiducia, che magari lavorando riusciranno a farle crescere in un modo differente rispetto al passato queste associazioni.

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