Poche sere fa commentavamo al Salotto la diretta di “Isles of wonder” ideata e realizzata dal regista Danny Boyle per l’inaugurazione dei giochi olimpici di Londra 2012 (eh sì, qui si chiacchiera sempre, anche quando non scriviamo per il Salotto).

Abbiamo iniziato a fantasticare su quell’emozionante rappresentazione della storia moderna, sulla nascita della democrazia e sull’evoluzione della figura dei bambini nella società inglese, reinterpretata dalla letteratura.
Sulla scorta di questi temi, infatti, Londra ha regalato davvero una grandiosa cerimonia d’apertura, “che aveva il compito, fra l’altro, di presentare il Regno Unito al resto del mondo”, nonostante per qualcuno sia stata piuttosto bizzarra.
Settantamila spettatori dal vivo hanno rivissuto il passaggio dall’agricoltura alla Rivoluzione industriale, hanno scoperto quali chicche inedite nascondeva –a ragione- Boyle, vedendo quindi l’ingresso della regina, attrice per una notte, per recitare insieme Daniel Craig (!), per il mito di James Bond.

E poi l’inno cantato da centinaia di bambini, che diventavano nel giro di pochi istanti anche protagonisti per l’omaggio al Sistema Sanitario Pubblico (NHS) e destinatari del filone letterario per ragazzi, con Peter Pan ed Harry Potter.
Elisabetta II non è stata l’unica in quando ad ironia, infatti è comparso anche Rowan Atkinson nel bel mezzo dell’orchestra, applaudito persino dal direttore nonostante l’irruzione di Mr Bean e i suoi sogni scomposti di atleta.

Abbiamo immaginato la nostra cerimonia d’apertura, quella che ormai fa di Roma 2020 solo un triste capitolo chiuso.
Come sarebbe stata? La lupa, l’impero romano, I Promessi Sposi al posto della “gloriosa inglesitudine” di sofferenze popolari, rivoluzioni e nuovi cicli di lavoro, le parole di Napolitano sul sottofondo di qualche pescatore di asterischi al posto dei Muse?
Mentre ce lo chiediamo, la cerimonia va avanti e solo dopo la mezzanotte, un po’ intontiti dal sonno, noi italiani ci risvegliamo con la sfilata di Valentina Vezzali, il Tricolore e i 170 Azzurri al seguito…
Gli azzurri vincono in eleganza Vezzali: “Che onore, è un sogno” bit.ly/OtJGC0
— la Repubblica (@repubblicait) Luglio 28, 2012
Non e’un problema di look o di compostezza. E’ che siamo stati gli unici a far sfilare i dirigenti davanti agli atleti…
— enrico mentana (@ementana) Luglio 27, 2012
Ecco. Allora partiamo dalla musica che ha accompagnato l’evento per fare qualche consideratione postuma.
Intanto tutta la playlist di canzoni scelte da Danny Boyle, in gran parte già svelata qualche giorno prima da The Telegraph sono state raccolte in un doppio album, già disponibile anche su iTunes con il titolo Isles Of Wonder, Music for The Opening Ceremony of the London 2012 Olympic Games.
La scelta è caduta sulla musica leggera.
Qualcuno ha scritto che non è stato un caso che proprio la musica popolare inglese abbia regalato alla città di Londra “le strisce pedonali più famose del mondo, calpestate ogni giorno da turisti che si fanno fotografare come i Beatles nella copertina di “Abbey Road”. “Il fatto è che Londra non si è mai fermata sugli allori e non ha mai smesso di essere la capitale mondiale della musica pop e rock“. Ed è vero che non è un caso che a Londra esistano addirittura tour dedicati ai luoghi storici della musica leggera, dalla vecchia centrale Elettrica (Battersela Power Station) sul Tamigi, nella copertina di “Animals” dei Pink Floyd, oppure il vecchi teatro Rainbow, la “casa” dei Genesis, gli studi di registrazione dei Beatles, le loro case, la casa dove ha vissuto Freddie Mercury.

Al Salotto nel frattempo facevamo le stesse considerazioni: soltanto il mercato americano può mettersi a paragone, che tra l’altro è più ricco, ma le idee provengono ancora da Londra, “persino il reggae giamaicano ha dovuto trasferirsi sul Tamigi per far sì che Bob Marley trovasse microfoni adatti per farsi ascoltare da tutto il pianeta“.
Qui sono nate le etichette discografiche indipendenti che hanno fatto la storia della discografia: Island, Carisma e Vergin, qui si cantava negli anni ’80 “this is Pop”. Dieci anni dopo veniva invece l’esplosione del Brit-pop, un genere a cui nessuno sostiene di appartenere ma che viene etichettato ormai a tantissima musica di qualità (Blur, Pulp, Verve), che si ascolta, si balla e si rimescola nei più diversi generi, tra tecno-punk e drum’n bass. Diventa musica dura, paranoica ed esasperata oppure incanta con sorprendenti aperture melodiche, meditative come per i Coldplay e David Gray (e se pensiamo già solo alle novità discografiche dell’anno in corso, potremmo riempire intere giornate a parlare di questo).
“Come è sempre successo dai tempi dei Beatles e i Rolling Stones, i Who e i Kings, Londra non perde il vizio di sperimentare, togliendosi la soddisfazione di essere premiata dal mercato.
Il risultato è che gli stili più estremi convivono con generi musicali più tradizionali, eppure “progressive”: i Radiohead, per esempio, trasmettono una inquietudine di cui un tempo i portavoce erano i Pink Floyd (che iniziarono a esibirsi tra le mura dell’Ufo Club, in Tottenham Court Road. Sempre sulla cresta dell’onda rimangono però, anche i “vecchi” Elton John, Eric Clapton, David Bowie (che fece tendenza con il suo “Glam”, un modo rumoroso di mettere in mostra le mutazioni del proprio io, aneroide e bisessuale, bisognoso di contaminare la propria immagine), e tanti altri che hanno fatto la storia della musica inglese degli anni ’70, come il rock progressivo dei Jethro Tull, Genesis e Yes o i Sex Pistols , i Clash e i mitici Queen con Freddie Mercury su tutti.
Il reggae, riveduto e corretto diventa lo ska dei Madness, che a sua volta, in mano ai Police di Sting, diventa qualcos’altro di successo.
Proprio secondo il flusso di una città complessa e multietnica come Londra molti artisti sono oggi arrivati a creare musiche che, dopo lo scossone della stagione dei rave ( i party illegali a base di Techno organizzati in zone dimesse di Londra alla fine degli anni ’80), assorbono i mille stimoli della capitale, creando musica per tutti i gusti e per tutte le generazioni presenti e future”.
Ci viene spontaneo allora parlare di civiltà della comunicazione e far risalire alla sua storia tutto il progresso che ne è venuto, non solo per gli inglesi, ma per tutti gli europei (e, nel bene e male, anche per il resto del mondo).
Lee Marshall ha scritto, nell’articolo che menzionavo poco fa, che “alcuni riferimenti culturali o storici erano così nostrani che ci voleva una chiave di lettura per interpretarli”.
Ha ragione Marina Hyde quando scrive: “Stasera, alla Gran Bretagna è stata data la possibilità di parlare direttamente al mondo. E, come conviene a una nazione che si rifiuta di imparare altre lingue, l’ha fatto in inglese”.
Alla fine, sono uscito un po’ sbalordito da una cerimonia che il Daily Telegraph ha definito “Bonkers but brilliant” (Matta ma meravigliosa? Demente ma deliziosa?). Effettivamente, come ho scritto sopra, abbiamo il brutto vizio di vantarci della nostra modestia. Dall’altra parte, ho apprezzato il commento della corrispondente del New York Times Sarah Lyall, che ha scritto: “Il Regno Unito si è presentato venerdì sera come qualcosa che spesso ha fatto fatica a riconoscere perfino a sé stesso: una nazione solida nella sua identità postimperiale”.
Ho apprezzato, ma non sono totalmente d’accordo. Ho visto una nazione orgogliosa di sé, certo, ma anche abbastanza insicura nella sua identità postimperiale. Una nazione fatta di frammenti, di miti nostalgici e simboli di una coesione che è più velleitaria che reale. La cosa che ci salva, forse, è il fatto che non siamo complessati a causa di questa frammentarietà”.
Anzi, ci ridiamo sopra“.
Come facciamo noi italiani? Beh, si, l’ho forse fatto anch’io prima, mettendo insieme il presidente Napolitano, I Promessi Sposi e Samuele Bersani.
Sono le 2 inoltrate. La cerimonia si chiude.
Paul McCartney canta “Hey Jude” e il fuoco di Olimpia che brucia nello stadio è l’ultima immagine fotografata prima di addormentarci.
Ironia (inglese?) della sorte, poco dopo proprio la fiaccola diventa protagonista di un effetto tragicomico.
Mentre facciamo i paragoni all’italiana e intorno alla fiaccola combinano un pasticcio, mi viene in mente l’ultimo film di Woody Allen: tutti scontenti dell’epoca che abitano. In questo caso basterebbe sostituire l’epoca con il luogo di nascita.
La cerimonia di Londra 2012 ci ha fatto sognare ma ci ha fatto anche rendere conto che, quando ci releghiamo nel mondo della fantasticheria, del ricordo del passato e dell’idealizzazione culturale, abbiamo sicuramente un forte problema nel presente che stiamo ritardando a voler riconoscere.
E che invece vale la pena affrontare piuttosto che cristallizzare in -vere o false- identità nazionali. Penano realtà proprio come Roma 2020.
E per omaggiare la #musica inglese, e visto il mio post sulla malinconia del passato, al #SalottodelCaffè ascolto ilsalottodelcaffe.it/wp-content/upl…
— Rosanna Perrone (@oneofstarsailor) Luglio 31, 2012