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Startup non significa innovazione

27 novembre 2012

Proprio ieri pensavo a cosa avrei potuto scrivere questa settimana per il blog. Se questo salotto fosse una di quelle startup non mi preoccuperei più di tanto, pregando invece nel miracolo del mio business angel salvatore, magari Baricco.

Sto un pò scazzato in questi giorni, e mi sono immaginato, come al solito, il mio tavolino al salotto, con i miei amici. Sarei stato in silenzio, ascoltando, molto probabilmente, i loro problemi sul lavoro. Senza alcuna voglia di parlare. Poi stamattina mi sveglio, e come capita ogni giorno, una delle prime cose che faccio davanti alla mia bella tazza di caffèlatte, è scorrere un pò i tweet di chi seguo. E…

…e il primo pensiero è che ci avete sfracassato le palle!

Non si fa altro che leggere di eventi dedicati alle startup, di ambasciatori delle startup che fanno i loro interventi in giro. Siete stati capaci di far redigere un apposito decreto che finanzi le startup, e per cui tanto di cappello, intendiamoci; ma vi chiedo: voi siete convinti che il futuro dell’Italia siano le imprese digitali? O meglio, siete convinti che, tralasciando le geniali menti che sentite di possedere, questo paese abbia le fondamenta per cui sia necessario ed essenziale farlo diventare una piccola silicon valley?  Noi che guardando Crozza sorridiamo, quando con la sua satira ci ricorda che qui non c’è il wi-fi. No, dico, vabbè, siete sicuri?

Noi che nel mondo giriamo ancora a testa alta solo quando si parla di moda, sole pizza e mandolino? Noi che ieri abbiamo santificato l’imprenditore che per Natale spartirà  cinque milioni  di utili tra i suoi dipendenti? Guardate che l’impresa di Cucinelli produce lana pregiata, che è nata dalla tradizione, non è venuta fuori da nessun incubatore. Nessuna piattaforma digitale. E non entro nel merito degli incubatori, che è meglio.  

Ora, in tanti diranno che esiste il tasto defollow, che potrei tranquillamente usarlo per non leggere i tweet di chi discute esclusivamente di startup. Infatti potrei, ma non lo faccio. Perché credo che tanti di coloro che scrivono di eventi, che organizzano questi eventi, che lucrano su questi eventi, possano e debbano, innanzitutto, educare i lettori e i partecipanti agli stessi eventi.

Qualche giorno fa mi è capitato di avere una discussione con uno dei rappresentanti della ISS (Italian startup scene).

Sono stato ammonito di essere fuori luogo in un gruppo dove l’argomento è la startup, mentre io parlavo di impresa. La mia riflessione era sull’importanza del termine startup, che anche nell’ accezione più comune in economia, o in un dizionario qualsiasi, corrisponde, appunto, alla fase iniziale di un’azienda. Ciò accadeva perchè nel gruppo ISS  la parola startup significa innovazione.

È assolutamente deleterio e gravissimo che un rappresentante di quella che voi chiamate SCENA ITALIANA DELLE STARTUP vada  sventolando in faccia a chi non è d’accordo con lui, che nel gruppo chiuso del quale va fiero, il termine startup significhi innovazione!

Da che mondo e mondo, con questo termine si indica la fase iniziale, l’avviamento di una impresa. L’economia italiana è ancora basata sui nostri prodotti tipici. Il motore dell’Italia è ancora costituito dalle piccole e medie imprese. E oggi, le imprese tutte hanno sicuramente bisogno di rinnovarsi e di innovarsi soprattutto dal punto di vista digitale, ma devono sapere che questo è un ampliamento, cioè un investimento nel digitale. Non hanno di certo bisogno di credere che la digitalizzazione debba essere frutto di una nuova startup esterna ad esse. È possibile digitalizzare anche un’azienda agricola. E sorprendetevi, è possibile anche pensare ad una startup agricola che possa diventare una vera impresa. E invece per voi no. A voi fa comodo far credere che la startup sia già un’impresa innovativa, e debba essere esclusivamente digitale, e che lo startupper sia il neoimprenditore. Perdonate se il periodo appare confuso, ma è frutto della confusione che state generando sull’argomento.

Invece di organizzare eventi sponsorizzati, o corsi a pagamento su come diventare startupper, fate impresa. Impiegate i vostri studenti nelle vostre aziende. Assumeteli, retribuiteli. Mi è capitato di leggere qualche giorno fa un altro titolone, Il mio primo anno da startupper.

Caro amico mio svegliati! Lo startupper non è un mestiere, ma solo un termine con cui i burattinai di questi eventi categorizzano i partecipanti. È come il follower o il fan, startupper non sembra più colui che comincia una impresa, ma colui che pende dalle labbra dei professori di startup, molti dei quali non ne hanno mai portata avanti una.

Ora, io qui con un caffè in mano e nel mio salotto, mi incazzo! perchè ho tanti progetti in mente su come dare luce alle microimprese e alle pmi che rischiano il fallimento, ma non vedo uno straccio di bando da dove attingere risorse. E le banche chiedono un tasso del 12%. E voi invece gongolate perchè arriveranno fondi per la vostra fuffa. Sapendo benissimo che siamo in un campo in cui, soprattutto in Italia, uno su mille ce la fa.

Voi forse non sapete neanche che le vostre camicie con le iniziali ricamate le avrete probabilmente ordinate sul sito vincitore del PWI2012  perchè allaccia la tradizione con l’innovazione. La sartoria con l’e-commerce. E allora svegliatevi tutti. Concentrate le vostre competenze in formazione e organizzazione di eventi che salvino queste pmi, che ridiano lustro alla nostra terra. Ai prodotti delle nostre terre. Non siete stanchi di parlarvi tra voi? Di compiacervi a vicenda? Di ritwittarvi i tweet? Di mangiare uno dal piatto dell’altro semplicemente cambiando gli ingredienti? E su, che non state innovando un cazzo. State solo spostando il denaro che arriva da un palazzo all’altro, anzi state facendo in modo di costruire i palazzoni dell’innovazione, dove vi ritroveremo tutti dentro ad abbuffarvi.

Fate gli onesti. Credete in voi stessi, che potete essere molto più di banalissimi PR e organizzatori di eventi.

 

Info su Luca Carbonelli

Luca Carbonelli si occupa di sales e marketing per la azienda di famiglia, la Torrefazione Caffè Carbonelli s.a.s. La case history della sua azienda parte quando comincia a vendere il proprio prodotto sulla piattaforma ebay.it, dove, dopo poco viene inserito tra i migliori venditori della piattaforma nella categoria dedicata alle PMI. Successivamente crea www.caffecarbonellishop.com ed è costantemente impegnato nell'aggiornamento e restyling dell'identità della sua azienda sia online che offline. www.caffecarbonelli.it Appassionato di qualsiasi forma di comunicazione purchè funzionale. E' convinto che il feedback del cliente sia la miglior forma pubblicitaria.

17 Risposte a “Startup non significa innovazione”

  1. […] questo sono assolutamente d’accordo con Luca Carbonelli che nel suo blog se la prende giustamente con chi pensa che startup significa […]

  2. […] persona, con cui già tempo fa ebbi uno scambio di opinioni in cui invano cercavo di far capire che startup non significa innovazione. Si è presentato con nome e ruolo professionale. Mi ha proposto una sponsorizzazione […]

  3. […] è che finché si farà corrispondere al significato di startup quello di innovazione, è naturale che la richiesta di rinnovo che ci viene fatta finiamo col tradurla in bandi e […]

  4. Gordon Gekko scrive:

    Premesso che concordo a molti livelli su quanto hai scritto ci sono un paio di errori di fondo che secondo me vanno corretti da un altro punto di vista.

    Avviare un’impresa ambiziosa, oggi e non nei 70s, significa fregarsene delle regole imposte dal proprio paese. Perchè un’impresa scalabile deve nascere nel paese dove la sua strategia di espansione permette di avere le sue basinpiú forti.

    In principio quindi trovo sbagliato parlare di PMI e di storia italiana.
    Qua parliamo di business, lasciamo storia e bandiere alla politica, che NULLA ha a che fare con questi temi. (O che per lo meno in Italia crea problemi e poco altro).

    Partendo dal fatto che con Startup, o impresa appena nata non ci frega di parlare del paese in cui è nata, sottolinerei che l’obiettivo di un’azienda di successo OGGI è puntare a business scalabili.

    Questi obiettivi sono raggiungibili anche da aziende non digitali, ma seguono determinate strategie, che hanno origine in Us principalmente, con eccezioni in paesi scandinavi, giappone e germania.

    L’artigianato e le piccole imprese che non sanno quando fare technology transfer e fusioni societarie, dimenticandosi delle opportunita e soprattutto delle caratteristiche della globalizzazione sono elementi che a mio parere hanno poco futuro.

    Il business vincente spesso non è etico. È logico. E la qualità di un prodotto è relativa alla sua percezione. Cose facili ma complessissime per le PMI italiane.
    A mio parere la cultura che ci ha resi forti va totalmente modificata.
    Scalare non significa andare in Albania, ma innovare, fondere medie imprese per crearne di grandi, unire orizzonti diversi e assumere CEO cinesi.

    Non vedo un gran futuro per la cultura aziendale che abbiamo ereditato.

    • Luca Carbonelli scrive:

      Uh, e quanto ti sbagli…
      Se hai il buon gusto di rispondere con tuo nome e cognome, giusto per capire con chi ci si sta confrontando, allora magari continueremo ad articolare la discussione.
      Grazie comunque per aver espresso il tuo parere.

  5. ciao, ho letto con piacere il tuo articolo perchè hai espresso quello che da giorni e giorni mi passa per la testa. Concordo su tutto.

  6. Elena Renga scrive:

    Ciao Luca, effettivamente startup è un termine molto generico che per qualche strano motivo abbiamo imparato ad associare essenzialmente all’innovazione tecnologica… che è qualcosa di auspicabile e di ben diverso dal fare un paio di giochi per smartphone.

    L’Italia ha una notevole tradizione artigianale e sarebbe ingiusto ripudiare il nostro background, che tutto il mondo ci invidia, solo per rincorrere a tutti i costi un modello americano che qui da noi non è sicuramente importabile tout court.

    Detto questo, non bisogna però demonizzare gli eventi per “digital startupper” che -se organizzati in maniera seria- hanno comunque il grande pregio di selezionare dei giovani brillanti e motivati e di facilitarli nel: 1)confrontarsi con la fattibilità del loro progetto; 2)ottenere visibilità; 3)realizzare la loro spinta imprenditoriale.

    In fin dei conti molti di loro -quelli bravi, quelli che hanno un’idea originale e che credono in ciò che fanno- sono a modo loro degli “artigiani” di software e di algoritmi, e la loro inventiva è un pezzo del nostro futuro: una delle possibili nuove eccellenze italiane.

    Comprendo pienamente il tuo sentimento, perché -come in tutte le cose- il troppo storpia e stiamo arrivando a un punto di saturazione. Non si può trascurare la PMI, l’unica che attualmente dà veramente ossigeno e fondi all’economia italiana, solo perché “non va di moda”.

    Penso che l’Italia possa essere un terreno molto fertile per le idee innovative se però, come giustamente proponi, le sappiamo integrare nel nostro contesto socio-economico con umiltà e passione. Senza rinnegare le nostre radici ma, anzi, rimanendo profondamente noi stessi: creativi, tenaci e appassionati come solo noi italiani sappiamo essere.

    Se posso dare anch’io il mio contributo per portare avanti questo progetto, sai dove trovarmi 😉

    • Luca Carbonelli scrive:

      Ciao Elena
      assolutamente non è mia intenzione demonizzare le startup digitali e i loro promotori. Semplicemente bisognerebbe, a mio avviso, ridimensionare questo fenomeno e riportarlo alla sua condizione naturale: ossia fase iniziale di un progetto di impresa. Tante volte purtroppo si crede e si fa credere che ideare, o anche solo pensare ad un progetto, che tutti ormai chiamano startup, sia già fare impresa. Questo è sbagliato.

  7. Francesca Sanzo scrive:

    ciao, concordo che start up non significhi necessariamente innovazione, ma se vogliamo stare sui termini, nemmeno innovazione significa necessariamente digitale. Innovazione per me è anche l’imprenditore che decide di dividere gli utili con i propri dipendenti in un momento del genere e che – magari -nel frattempo, investe anche in nuove idee per rafforzare il suo mercato, magari basato sulla lana o l’artigianato o le macchine automatiche. Perché parlare di start up oggi è importante? Perché ci vuole coraggio per aprire una nuova azienda (di qualsiasi tipo) o per rimettersi in gioco con una nuova idea, ma occorre farlo se vogliamo uscire da questo momento di stagnazione. Sul web si parla molto di innovazione intesa come “tecnologica” (CheFuturo del resto di quello parla, per rimanere alla tua citazione), ma anche di innovazione sociale e innovazione nell’impresa. Cerchiamo di non sdoganare nemmeno l’assioma (che secondo me è controproducente) che tradizione e innovazione non possano andare d’accordo e che quest’ultima e le start up siano solo cosa del digitale, perché se no non potremo mai metterci al passo con le aziende del resto del mondo e il tipo di cultura diffusa che serve per ripartire, no? L’articolo che hai scritto è davvero interessante, mi premeva però sottolineare queste precisazioni terminologiche per non perdere il senso profondo e giusto della tua provocazione, ovvero concentrarci anche sull’esistente e trovare il modo di innovarlo positivamente (anche nelle relazioni). buon lavoro

    • Luca Carbonelli scrive:

      Ciao Francesca
      Grazie per le tue precisazioni. In effetti il mio intento era appunto quello di non vedere più classificate le startup esclusivamente come imprese digitali. credo che uno degli obiettivi di tutti, come hai ben detto, sia quello di digitalizzare anche aziende artigiane, che valorizzano l’impresa italia.

  8. Corrado Sorge scrive:

    Ciao Luca.
    Stavo per cominciare a lavorare e mi sono imbattuto nella lettura di questo tuo articolo… ho preso anch’io una bella tazza di caffè, mi son riseduto e ho deciso di buttar giù un commento .

    Mi trovo pienamente con il tuo pensiero (squisitamente pratico).

    Brevemente: Ho 27anni, ho un’azienda (ovviamente una piccola azienda) che è in vita da 5 anni, non è affatto in fase di startup, non è affatto nata dopo un pitch, offre servizi di comunicazione integrata e immagine pubblicitaria, non ha mai ricevuto alcuna agevolazione fiscale nè tantomeno un sorriso da parte dei direttori delle banche.

    Ho trascorso gran parte della mia avventura lavorativa cercando di impegnarmi nel comprendere a pieno le necessità, le preoccupazioni, le difficoltà e le possibilità di ripresa economica di tutti i miei potenziali clienti attraverso la progettazione e la creazione di servizi pubblicitari che riuscissero in qualche modo a riposizionare l’azienda in un mercato completamente nuovo.

    Oggi (perdonatemi) odio anche io la parola startup.

    Non nascondo che all’inizio mi ha affascinato molto questo nuovo mondo.
    L’idea di focalizzare le attenzioni sulle giovani realtà digitalizzate in fase di formazione e di sostenerle con l’offerta di strutture fisiche per networking e consulenze costanti, mi faceva entusiasmare, come se mi fossi emozionato dall’idea che le nuove realtà in corsa potessero avere forse un punto di riferimento costante che io non ho avuto modo di conoscere.

    Ma oggi non la vedo più in questi termini.

    Come dicevi correttamente, il termine STARTUP è stato del tutto inflazionato, storpiato e attribuito nell’arco di pochi mesi ad un fenomeno piuttosto che ad una fase di transizione verso un processo che porterà poi ad una costituzione aziendale.

    Con precisione non saprei interpretare bene i colpevoli di tale operazione, ma di certo concordo con la poca onestà nel creare tale storpiatura del termine e nei cervelli.

    L’Italia d’un tratto (Napoli e Roma in particolare) si si è mossa come se fosse in atto una grande rivoluzione, come se le startup fossero scese in campo per risolvere i problemi dell’oggi e del domani con armature fatte di terminologie da markettari e stringhe di codice pronte a pesarsi come realtà dal milione di euro per la propria idea rivoluzionaria. MI SENTO AVVILITO!

    Ricordiamo la bolla speculativa delle dot-com agli inizi degli anni 2000?
    L’entusiasmo autoreferenziale non risolve un bel nulla.

    Oggi si parla tanto di networking, di condivisione, di digitale, di conoscenza dei linguaggi, dei target, dei pubblici di riferimento, Eventi, eventi e ancora eventi…
    E poi? il dopo? Se non sei uno su un milione che è stato finanziato di un milione, cosa fai?
    Secondo me la vera e propria Startup è il nostro paese, che ad oggi ricalca il suo essere “modaiolo” e si trova nella fase “TANTO ENTUSIASMO INCONDIZIONATO”, ci stiamo aggrappando ad un qualcosa che ci regali quella parvenza di salvezza (ci sarebbe tanto da dire).

    Credo sia il caso di sfornare e twittare alle giovani realtà meno infografiche (che di certo hanno un grande appeal) e proporre, invece, contenuti un pò diversi, concreti, per fare azienda, attività, formazione professionale, per accedere a contatti per entrare nel vero e crudo mondo del lavoro, per fornire vere e proprie soluzioni e far fare le ossa, per far capire di che cosa davvero c’è bisogno al paese e alle PMI.

    Le PMI… Altro tema che mi tocca nel profondo…
    Oltre l’80% delle aziende italiane sono PMI non “digitalizzate”. Pensare ad un piano di re-start?! Troppo onesto? ha poco appeal?

    Per le PMI di oggi rappresenta una vera risposta concreta tutto questo movimento?
    Esempio…
    Sei una startup vincente solo se cominci con il finanziamento da capogiro? o anche se cominci a trasformarti in una comune PMI che offre i servizi (anche innovativi) e pian piano ti formi come azienda… troppo pesante? troppo avvilente? troppo difficile contare sulle proprie sole forze? Troppa paura per un finanziamento classico? E allora di che stiamo parlando?

    Tutti gli eventi proposti rispondono al tema generale dell’innovazione e al restart?
    La soluzione è partecipare a tutti gli eventi possibili e immaginabili? E’ scrivere un tweet accattivante? Sono gli incubatori o ingenti finanziamenti ad essere la vera risposta per tutte le PMI?

    Qual’è il messaggio finale: Sognate e investite tutte le vostre cartucce perché potreste essere voi i fortunati ad essere contattati dal finanziatore di turno…

    Forse mi sono perso qualche passaggio? stiamo in Italia? o stiamo ad XFactor?

    Grazie Luca (e complimenti)
    Buona giornata e perdonatemi lo sfogo… 😉

    Ora riprendo a lavorare.

    • Luca Carbonelli scrive:

      Ciao Corrado
      grazie per il tuo commento e per aver condiviso la tua esperienza. che dire, sei stato chiarissimo. solo proviamo a non avvilirci e a continuare a parlare di impresa, sperando di svegliare le menti di chi potrebbe e dovrebbe. 😉

  9. carla benedetti scrive:

    Sono pienamente d’accordo.
    ti mando il link a un post di parecchio tempo fa.
    http://www.studiocoach.it/blog/news/mashape-e-litalia-che-vuole-cambiare/
    Buon lavoro

    Carla

  10. D’accordo con le conclusioni, in parte con le motivazioni.
    In parte non perchè per il resto siano sbagliate ma perchè l’altra parte è fatta delle “startup company”, un mercato diverso, pur sempre e-commerce (diretto).
    Noi (perchè anche io ci sono dentro in un modo o nell’altro) stiamo parlando di quello indiretto.

    E le startup (che fanno e-commerce diretto) non modernizzano (ancora) le PMI semplicemente perchè ancora non hanno capito (nemmeno negli USA, e nemmeno i big player) che il commercio elettronico è un “multisided market”, (Business Model Generation, Def_Pattern No. 3, p. 83): ora si stanno concentrando sui consumatori. Sta tranquillo che tra poco toccherà anche ai produttori e al terziario. Sii paziente e da’ tempo al tempo (o almeno danne a me!) :)

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