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Terra promessa

13 aprile 2013

La serietà sussiste se vi è la possibilità
di far nascere un dubbio in una mente illuminata.
(Dany Laferrière)

Tutta la forza lavoro del nostro Paese, cioè sia le sue risorse capitali che quelle umane, è letteralmente alla deriva.
E quando si è alla deriva generalmente si sperano due cose, di non perdere le forze per nuotare fino a mettersi in salvo e che esista effettivamente un punto di salvataggio.

A noi dicono che questo punto di salvataggio esiste. Quindi abbiamo una terra promessa verso cui dirigerci, non moriremo alla deriva.

Il quadro di discussione per cui mi è venuta in mente questa metafora si riferisce ad una notizia recente che riguarda, ancora una volta, l’insieme dei discorsi sulla crisi italiana e sui modi per uscirne.

A fine marzo, infatti, è finalmente stato pubblicato l’elenco delle startup che potranno accedere ai finanziamenti di cui si parlava sin dal Decreto Sviluppo del governo Monti, contenuto in questo Report: si tratta dei dati ufficiali del Registro Imprese delle Camere di Commercio italiane.

La premessa per leggere il report è che, dopo anni passati a fare manifestazioni ed eventi pro-startup, con particolare riferimento a tutte le politiche attivate per investire principalmente nel Sud Italia, oggi non si parla d’altro e ormai in Italia siamo arrivati a contare migliaia di startup.
A leggere i dati del documento, addirittura non ci sono solo startup nascenti, ma assistiamo ad uno stranissimo fenomeno di retrocessione evolutiva, credo inedita in tutto il mondo: alcune imprese, evidentemente pur di rientrare in questa ondata di finanziamenti, sono tornate in qualche modo allo stadio di startup.

Non lo pensate possibile? Si, invece evidentemente lo è quando i soldi stanno finalmente per arrivare e si tratta solo di capire a chi dovrebbero andare e per fare che cosa.

Il paradosso è che nonostante questa premessa, il documento ci dice che in Italia ci sono molte molte molte meno startup di quelle che contiamo.
La nostra guerra (almeno intellettuale, perché siamo alla deriva, sì, ma non siamo scemi) inizia qui: da un lato è schierata la creatività dei burocrati nella costruzione dei bandi per le imprese italiane, dall’altro lato, la gente che fa, dice o pensa di fare impresa e risponde a questi bandi.

Sto per fare un ragionamento lungo, proprio perché non vorrei perdermi in malintesi e dare per scontati i motivi del ragionamento stesso: per capirci, iniziamo dal documento a cui ho accennato e proviamo subito a far caso a come è nata la lista delle imprese a cui andrebbero questi soldi.

Guardando le caratteristiche di nascita e inizio attività, iscrizione e settore di riferimento delle vere startup italiane, quindi imprese realmente costituite, il numero effettivo delle startup per le quali ci animiamo così tanto non è neanche un multiplo di 1000 come contavamo poco fa, ma a malapena la metà.

Ora, facendo un calcolo velocissimo e tornando ai fondi per il Sud e alle infinite iniziative per la stimolazione delle imprese e delle startup destinate prevalentemente nelle regioni meridionali per superare arretratezza economica e gap digitale, se andiamo a guardare quante imprese rientrano nei parametri stabiliti per ottenere finanziamenti, niente di meno troviamo solo 43 startup effettivamente riconosciute, le quali, comunque, non possono sperare di ricevere più che un microfinanziamento (ovvero, molto meno che 100 mila euro).
Se ad ognuna venissero dati 50 mila euro, il finanziamento complessivo per sostenere l’iniziativa imprenditoriale meridionale dovrebbe ammontare a 2.150.000 euro.

Ci resta da capire cosa ne è degli altri soldi utilizzati appositamente per il fenomeno startupper italiano.

Capire questo passaggio è come essere appunto alla deriva e ragionare sulle chance reali di sopravvivere: se il numero degli eventi dedicati a questo lavoro di “stimolazione dell’impresa” consiste in centinaia di  festival, manifestazioni, business plan completition, scuole di formazione, premi, tour con i pulmanini pubblici, party, aperitivi, cene tra gruppi ristretti, nascita di associazioni e incubatori e per ognuno di essi deve essere messo necessariamente a disposizione un budget minimo per realizzarli (e già solo un incubatore costa diversi milioni, se non miliardi, di euro), probabilmente i soldi fin qui già spesi per dire alle startup “unitevi e procreate” sono stati per la maggior parte buttati.

Allo stesso modo noi siamo, quindi, dispersi in mezzo al mare e stiamo immaginando quante forze ci serviranno per nuotare fino ad incontrare una riva e ci rendiamo conto che prima o poi, in queste condizioni, potrebbe mancarci progressivamente il respiro se  comunque non venissimo colpiti da un malore improvviso.

Tornando al rapporto startup-eventi, basta pensare che nella mia regione d’origine, dove secondo i dati del report esistono 3 sole startup, ci sono almeno 4 incubatori (pubblici!) e in calendario ci sono molte date di eventi dedicati esclusivamente alle startup lucane. Su questa apparente strana proporzione vorrei tornarci prossimamente, per ora mi permetto solo di dire che la Basilicata ha degli ottimi motivi per non avere più di 3 startup in totale da finanziare, anche se resta comunque molto discutibile tutto il resto.

In Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, dove il numero di startup è superiore, gli eventi archiviati e programmati per lo stesso fine non si contano più.

La metafora della deriva allora si arricchisce di particolari: siete in mare aperto, da soli, e vi passano di fianco un sacco di imbarcazioni a tutta velocità, alzando le onde e disorientandovi, ma nessuna di loro vi prende a bordo. E voi state sperando di salvarvi almeno a nuoto giungendo sulla riva di una terra che, ve lo hanno promesso, esiste.

Più che speranza, a questo punto la nostra dovrebbe chiamarsi ipotesi, perché immaginare un punto di arrivo come la propria salvezza è a tutti gli effetti la speranza nella speranza e la sua profonda e ingiusta amarezza è che è proprio questo l’unico motivo che ci spinge alla sopravvivenza. Ed è un’ipotesi neanche tanto intelligente.


Tutti i bandi dedicati all’imprenditoria italiana

I grandi e piccoli programmi politici degli ultimi tempi, i cui reali effetti li tocchiamo solo leggendo i bandi destinati ad incoraggiare il lavoro e l’impresa raccontano che, alla fine, tutto si sta facendo per una terra promessa, l’Italia.

Si sta facendo teoricamente, però. Perché provate ad aderire voi ad almeno uno di questi sistemi di incentivi e sostegno: il minimo che può capitarvi è di incappare in una rinnegazione dei concetti espressi. Pare che in Italia, per esempio, un ragazzo entro i 30 anni, per aprire la sua prima attività imprenditoriale -come nel mio caso- debba aver già maturato esperienza. Io non sono un’imprenditrice seriale né sviluppo applicazioni digitali quindi sono fuori dai parametri definiti attualmente in Italia per avviare un’impresa, cioè fare lo “start up”.


Ma andiamo con ordine e proviamo a spiegarci bene le cose.


Si tratta davvero del cambiamento di un Paese e di una generazione?

La terra promessa di cui sopra, dicevamo, sarebbe l’Italia, un luogo dipinto come un piccolo mondo antico abitato da dinosauri in cui però si realizzerà il lieto fine, nonostante i già 7 anni di recessione. Secondo le previsioni, però, questo periodo durerà ancora fino al 2015 se non addirittura fino al 2018, segnando così il periodo di recessione economica, o di deriva, giusto per restare in tema, più lungo di sempre.  

Ma non dobbiamo preoccuparci! Perchè, in buona sostanza, ci stanno raccontando che questo è solo un periodo di transizione che serve al piccolo mondo antico a diventare un piccolo mondo moderno. In che modo, però, ancora non è chiaro a nessuno. E noi intanto continuiamo a galleggiare per dieci anni (come se fosse naturale farlo) con l’illusione che un tale sforzo non comporti enormi danni durante e dopo averlo fatto.

Come minimo ci dovrebbe venire da pensare che uscire vivi da una condizione del genere, ormai segnata e quindi irreversibile, avrà fatto ottenere non un cambio generazionale, bensì un salto generazionale (parlo di tutti i nati negli anni ’80), perché quando -e se- avremo un nuovo boom economico, è naturale che i nuovi laureati e in generale tutti i nuovi giovani (a quel punto, veri giovani, i nati dieci anni più tardi) saranno preferiti a lavorare e intraprendere al posto nostro, in virtù di tantissimi motivi che è anche inutile menzionare tanto sono ovvi, mentre tutti quelli come me che vorranno approfittare della nuova situazione ormai saranno fuori tempo massimo. Intanto io e i miei coetanei non possiamo permetterci né di restare nella famiglia d’origine né di crearcene una propria, non possiamo permetterci solo di scappare via dall’Italia né di folleggiare sognando semplicemente di restarci, né possiamo aspirare anche solo un lavoro da dipendente perché non esiste più e quindi, se non si vuole morire alla deriva, l’unica via sembra essere appunto quella di inventarci un lavoro. E sperare nella terra promessa.

Ad ogni modo, ammesso che per salvarsi serva questo sacrificio inumano (inumano appunto perchè l’attesa di uscire dalla crisi per la mia generazione costa un progetto di vita intero che va in fumo: si vedano tassi di depressione e suicidi in aumento e si faccia poca retorica sulla generazione dei bamboccioni), per diventare il piccolo mondo moderno non abbiamo altro che da seguire l’andazzo di riforme importanti legate ad una ricetta speciale, cioè la messa in moto del lavoro più moderno attraverso l’ingrediente startup.

Ora inquadriamo la ricetta italiana nel contesto globale: da tempo le istituzioni internazionali chiedono al nostro Paese di praticare riforme strutturali capaci di promuoverne la crescita. Dopo il declassamento deciso da Standard & Poor’s il 20 settembre 2011, quando l’Italia veniva ufficialmente dichiarata “sistema fragile presente nell’eurozona”, ci siamo accorti che noi non c’entravamo proprio niente con la crisi finanziaria globale del 2008, perché la nostra era ed è una crisi economica interna, di tipo sistemico e infrastrutturale, che ormai si trascina da dieci anni (ma ha le sue radici almeno nella commedia della Prima Repubblica).

Dieci anni in cui si è lasciato aumentare il divario Nord-Sud, nonostante tutta la retorica del caso ci abbia abituati ad ascoltare il contrario. Dieci anni in cui si è lasciata prima rallentare, poi fermare e infine retrocedere la crescita economica e sociale italiana nel suo complesso. Dieci anni in cui ci lasciamo ancora galleggiare consumandoci e mortificandoci, senza avere mai né il coraggio di vivere né di morire davvero.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale sarà soltanto per mezzo di una coraggiosa azione di rinnovo che il Bel Paese rilancerà la sua forza lavoro ed eviterà un altro decennio di stagnazione.

Così noi alla fine ci siamo fatti coraggio, lo abbiamo preso in mano e lo abbiamo espresso seminando una gran voglia di startup! Ah ecco -risata amara generale- le istituzioni sovranazionali ci parlano seriamente e ci dicono che se non facciamo anche noi sul serio siamo spacciati, e noi come ne usciamo? Ci inventiamo la ricetta del rilancio dell’economia attraverso la nascita di startup? Si, esatto, è lì che stiamo andando a morire se tutto va bene… ma non vi arrabbiate. La colpa di tutti e di nessuno, come al solito.


L’ipocrisia sociale e la mancanza di coraggio personale

Certo è che finché si farà corrispondere al significato di startup quello di innovazione, è naturale che la richiesta di rinnovo che ci viene fatta finiamo col tradurla in bandi e concorsi per destinare fondi alle idee di impresa (n.b. che sia rigorosamente “impresa digitale”! Ma un sito internet o un’applicazione per smartphone vale un’ “idea d’impresa”? Parliamone) piuttosto che alle imprese.

Ma perchè, invece, non abbiamo avuto il coraggio di esprimere sfiducia riguardo la vita comunitaria, evidentemente poco concentrata sui reali problemi che dividono l’Europa Settentrionale dall’Europa Meridionale, nel cui contesto, rientra ancora più complessa la situazione del Sud Italia, e anziché far seguire a tassazione e taglio della spesa pubblica esasperate (e al limite dell’illegalità) anche l’invenzione di fantalavoro e fantafuturo, non abbiamo evitato collassi, chiusure, suicidi, fallimenti, disoccupazione semplicemente adeguando i Bandi per il lavoro e l’innovazione del Paese alle sue reali esigenze? Questo sarebbe stato coraggio. Andando un pò in controtendenza. Facendoci valere. Adeguandoci di una nuova generazione politica (perché quella emergente è da brivido… la Terza Repubblica sarà ben peggiore delle prime due da quel poco che stiamo iniziando già a capire) capace, davanti alle istituzioni sovranazionali, tanto di prendersi le proprie responsabilità quanto di discuterne e rispondere anche con qualche no.

Invece quando la speculazione finanziaria iniziava a far sentire i suoi effetti globali, in Italia si registrava già un Pil pro-capite fermo dal 2000 e man mano che prendeva piede l’acutezza di questa crisi, si sono viste confermare man mano le peggiori previsioni su tutto, sulla caduta dei prezzi, sull’aumento degli interessi sul debito e così, solo alla fine del 2011, con i nuovi richiami europei, si è giunti alla decisione di dar vita ad un governo tecnico.


Perché un governo tecnico non risolve i problemi (e deve avere i suoi limiti)

Ma i problemi del debito pubblico, dell’inflazione e del tasso di disoccupazione difficilmente si risolvono con mere manovre tecniche limitate al settore economico, perché l’urgenza principale, quando un’economia entra in recessione, è sempre e solo quella di creare una nuova base lavorativa, e quindi politica, capace di assicurare il funzionamento dei diritti e delle libertà per i cittadini, affinché i prezzi ricomincino ad aumentare per tutti, si abbassino i tassi di interessi sul debito e la spesa pubblica venga ridistribuita. È questa la base per tutti, prima di tutto fisiologica, ma anche morale,  per attuare un programma di crescita economica.

Non servono più geni e premi nobel per dire che assistiamo al più degradante spettacolo di mortificazione collettiva di sempre e che non ci sono proprio per niente gli estremi di una salvezza alcuna, soprattutto – e lo dico per esperienza diretta- perché la favola delle startup che salvano il Paese non ha il lieto fine.

In attesa di superare la deriva, in particolar modo per le questioni legate allo sviluppo economico del Mezzogiorno, sono stati presentati un Piano d’Azione per il Sud e vari altri provvedimenti urgenti per salvare il morto, con lo scopo di accellerare la spesa dei fondi previsti ed evitare, soprattutto, l’elusione degli obiettivi europei.


Ecco dove sta l’inghippo

Punto caldo: ma secondo voi, perché si è dovuto accelerare la spesa, prescrivendone obiettivi e scadenze ed evitare non solo che questi soldi che arrivano in dotazione alle regioni non venissero utilizzati, ma che non venissero utilizzati soprattutto per i fini concordati con l’Europa? Una risposta io ce l’ho, ed è documentata: sicuramente non perché le regioni non hanno soldi a disposizione per noi. E’ che non siamo noi i destinatari di questi fondi. Non siamo noi i disoccupati, i falliti, gli indebitati e i compromessi alla deriva. Capito? Sulle carte, noi non siamo e non siamo mai stati fino ad ora alla deriva.

I programmi descrivono sostanzialmente una spesa di 3,1 miliardi, sui 26 totali che le Regioni coinvolte devono spendere entro fine 2015 per riqualificare i territori in vario modo, investendo qualcosina per la scuola, qualcos’altro per tratti di autostrade e ferrovie. Per quando riguarda invece welfare e lavoro, i fondi destinati all’occupazione sono molto limitati e, parole testuali di Elsa Fornero di qualche mese fa, sebbene non serviranno a risolvere alcuna situazione, sarebbe comunque uno spreco non utilizzarli.

Lo rispiego: i soldi sono pochi e non sfameranno nessuno, allora fame per fame, almeno intratteniamoci in qualche modo. Alla terra promessa, insomma, non si arriverà, ma l’etica su cui si fonda la sua illusione è che è meglio che una generazione intera muoia alla deriva divertendosi che lasciarla morire subito nell’angoscia.


In conclusione

Ci stanno semplicemente prendendo in giro. Siamo in mare aperto e la terra promessa è questa, cioè quella coperta dal mare aperto. Non si nuota per arrivare a riva. Si nuota per restare a galla, è un modo di sopravvivere, questo, fine a se stesso.

Nel pieno rispetto per chi fa il suo lavoro, burocrati per primi che si stanno impegnando per mettere a disposizione comunque quelle pochissime risorse che abbiamo e cercano di blindare i bandi che scrivono affinché la gente non ne approfitti, dobbiamo ammettere che la creatività di chi deve trovare il modo di ottenere finanziamenti pubblici in Italia è di molto superiore a qualsiasi altra impresa che potrà mai essere concepita in questo Paese, compreso costruire i bandi che, meno male!, scremano le migliaia di startup per farle diventare poche centinaia.
Io stessa ho preso parte ad alcune iniziative di questo tipo e, nonostante ringrazierò sempre alcune persone per quello che mi è stato insegnato, non posso non dichiarare apertamente che le esperienze nel mondo startup non mi hanno dato niente, anzi, se mai mi hanno tolto qualcosa, e che il mondo dell’impresa, quello reale, da cui provengo per famiglia, va in tutt’altra direzione. Me lo chiedeva mio padre qualche anno fa mettendomi in guardia e oggi lo dico io, che bisogna chiedersi quanta serietà si celi dietro tutte le altre iniziative e quanto invece resta alla nostra personale iniziativa, fatta di solitudine, delusioni, amarezze, sforzi e qualche sogno che non vuole morire.

Non è sadismo, non è morale, non è pessimismo. Farci passare come normalità gli abusi dei soliti pochi, legittimati a salvarsi mentre un Paese intero è alla deriva, è semplicemente schifo e occorre che facciamo tutti, subito, un bel passo indietro.

Immagino molti abbiano già una parolaccia in bocca. Ma trattenetela per la prossima volta, così proviamo a ripartire dagli insegnamenti del report della Camera di Commercio e decidiamo insieme se morire alla deriva, sperare nella terra promessa… o fare qualcos’altro.

(continua)

Info su Rosanna Perrone

Per il Giornalismo e la Critica Musicale ho iniziato a muovere i primi passi con Jazzitalia anni fa, grazie alla fiducia di Alceste Ayroldi. Ho continuato a contribuire di tanto in tanto anche per altri webmagazine e una delle prossime uscite che mi riguarda, tra gli altri autori, è il libro My Life/ My Music, 100 interviste ai protagonisti del jazz italiano, curato da Gianmichele Taormina, in uscita ad agosto su progetto editoriale di Andy. Oggi scrivo e sono editor per Ninja Marketing.

7 risposte a “Terra promessa”

  1. […] io credo che, nonostante ci sarà chi vorrà ribattermi continuando a mostrare quello che per me è l’inconsistente procedere delle startup innovative, sia fondamentale rischiare di sembrare anti-innovativi e provare a piantare i piedi di noi […]

  2. rosanna santagata ha detto:

    analisi approfondita, documentata. e, per quanto può valere il mio giudizio, ben scritta. Senza sconti nè rancori nè sentimentalismi. Utile da leggere. Anche se occorre uno sforzo di ottimismo per riuscire a credere in un finale ancora “aperto”…

    • Rosanna Perrone ha detto:

      Ciao Rosanna, non immagini quanto piacere mi faccia trovarti qui e rilcevere il tuo commento. Come dicevo, la riflessione non finisce qui perché prossimamente proveremo, attraverso altre informazioni altrettanto documentate e fondate, a chiarirci ancora meglio le idee. E sì, il finale della storia resta ancora aperto proprio perché non è solo ció che ci raccontano quello che c’é da sapere. Ti aspetto qui al Salotto per continuare la chiacchierata.

  3. Simon Pietro Romano ha detto:

    Questo articolo è semplicemente un capolavoro, di obiettività e di stile. Grazie, Rosanna, per averlo scritto; mi hai letteralmente tolto le parole di bocca…

    • Rosanna Perrone ha detto:

      Grazie ancora, sia per aver letto il mio (lunghissimo) ragionamento sia per aver deciso di sostenerlo con i tuoi commenti.
      Mi sento di fare però autocritica: dal punto di vista dell’obiettività degli argomenti sicuramente c’è ancora qualcosa da dire in merito, proprio perché non vogliamo “tirare dalla nostra parte” ma dare informazioni più complete possibile, nonostante gli sfoghi personali. Dal punto di vista stilistico invece c’è da fare molto meglio, sinceramente il mio limite maggiore sta in questo.
      Ad ogni modo non finisce qua e, visto che ti interessa, ti invito a leggere quel che seguirà a queste trattazioni o contribuire direttamente con il tuo pensiero.

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