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Giro d’Italia, come non farsi prendere dalla nostalgia- Il Salotto del Caffè

Quando finisce il giro

Perché il Giro finisce, questo è chiaro. Dopo ventuno tappe, che tu lo voglia o no, succede.

Chiunque indossi la Maglia del vincitore, qualunque città ospiti l’ultimo traguardo, da qualunque punto – dell’Italia o no – abbia preso il via, finisce.

Quanto dura il Giro d’Italia 

Tre settimane l’anno, poi basta: una volata, se permetti la spiritosaggine. Sta tutto lì il Giro d’Italia centoquattro, in quel grappolo di giorni di maggio. È racchiuso là dentro, in quei ventun acini, il succo della fatica sopportata dai centottantaquattro corridori partiti da Torino a cronometro e tornati a Milano, guarda un po’, sempre a cronometro (in numero di centoquarantatre, dopo ritiri e abbandoni). È bene che cominci a fartene una ragione, perché non c’è niente che possa prepararti al distacco.

Quando si corre nel Giro d’Italia

Non c’è alcun lungo inverno di gare sospese per maltempo (e recuperate in mezzo alla settimana); non esistono pause natalizie per invogliare al tifo, con accresciuta convinzione, dopo la ripresa. E neppure competizioni collaterali a cui appassionarsi, di respiro nazionale o internazionale. Non è prevista alcuna post-season. Nessuna appendice, niente playoff col patema da dentro o fuori, niente fascino indiscusso della finale. Non c’è alcuna voce di mercato da confermare con entusiasmo, nessuna amichevole prima che tutto ricominci. Accade così, di punto in bianco. Il trenta maggio si corre, il trentuno non più. Ha termine tutto lì, sotto l’ultimo striscione rosa in testa agli atleti in gara. Non un metro più in là. 

Come si è concluso il giro d’Italia

E quasi non importa chi sollevi il Trofeo senza fine in Piazza Duomo, non è quello il nocciolo (il suo nome si aggiunge ad altri centotre e si prepara a precederne chissà quanti altri, lungo la storia). Non è tanto sapere se Egan Bernal sia arrivato sul gradino più alto con un minuto e ventinove di vantaggio su Damiano Caruso e quattro minuti e quindici su Simon Yates. Il fatto è che la conclusione arriva addosso così, senza tu che possa farci niente, rovesciando addosso una patina color argento, una sensazione di compiutezza talmente esatta da sembrarti irreale. Simile al finale perfetto di un libro che non vuoi smettere di leggere e te la prendi con l’autore per non averlo spostato cento pagine più in là. Uguale al picco di solitudine successivo all’inchino verso il pubblico: tre repliche e via. Dopo mesi di prove, la commedia arriva all’ultimo atto, la sala si svuota dopo gli applausi e tu rimani lì, con il copione imparato a memoria, ad aspettarti qualcosa che non arriverà.

Resti confuso a osservare i tecnici smontare il palco, bullone dopo bullone. Li vedi cominciare dal podio bagnato di spumante, lo stesso su cui qualche minuto prima due hostess con la mascherina porgevano fiori a Bernal, Caruso e Yates. Poi li segui mentre si arrampicano sulla struttura metallica fino ai fari, portano giù tutto e caricano nei rimorchi. Due colpi sulla carrozzeria e i camion ripartono. La carovana del Giro, la chiamano così da sempre, si scioglie qui, come la Compagnia dell’Anello a Mòria. Sposti lo sguardo e le bici sono già sulle capote delle ammiraglie, sistemate con ordine nelle ghiere. 

I tifosi alla fine del Giro d’Italia

E quello è anche il segnale anche per te e tutti gli altri tifosi. Staccate striscioni, arrotolate bandiere. Vi mescolate tutti, adesso; ammainata ogni appartenenza, diventate folla. Vi guardate intorno e incrociate reciprocamente sguardi sconosciuti a cui aggrapparvi, almeno per qualche secondo, in cui perdervi, prima del gesto definitivo. Che arriva, senza remissione, da lì a qualche minuto. L’ultima fortificazione viene abbattuta, l’ultimo bastione sgretolato. Le transenne vengono rimosse e accostate l’una all’altra, le strade liberate. Il fiume lento di persone comincia a ripartire; gradualmente, come l’acqua, prima riempie gli spazi e poi fluisce via. Qualche risata in lontananza la percepisci ancora, ma è poca roba. A passo costante, Piazza Duomo si svuota. Come vuote, ormai da un paio di settimane, sono le strade tra Torino e Guardia Sanframondi, passando per Novara, Piacenza, Modena, Ascoli Piceno, Termoli, Foggia… 

Il percorso del Giro d’Italia, il cambio di Maglia, le strade vuote

Le strade ora vuote, sono quelle sul cui asfalto la Maglia Rosa cambia tre schiene in otto giorni. Filippo Ganna, miglior cronoman, è il primo a cui concede di farsi indossare. Si sposta, nel giro di qualche giorno, da Alessandro De Marchi, per poi adagiarsi, in maniera storica, sulle spalle di un ciclista ungherese: accade per la prima volta in centoquattro anni. Lui è un ventiduenne di nome Attila (e di cognome Valter). Lo stesso asfalto sul quale Caleb Ewan prima vince due tappe, poi si ritira per una caduta e Mikel Landa subisce una frattura alla clavicola e lascia il posto di capitano di squadra a Damiano Caruso.

Silenziosa, adesso, anche la salita sterrata e piovosa di Campo Felice, nel cuore della quale Egan Bernal scatta in testa. Lo fa in corrispondenza di una bandiera a sfondo nero raffigurante un teschio e due tibie incrociate (non ti viene in mente nessuno?). Sarà per quello che accelera piantando tutti a mezza costa, si volta un paio di volte, giusto per sicurezza, e sfila di dosso a Valter il simbolo del primato per non svestirlo più. Ventiquattro anni, per la prima volta al Giro d’Italia, prima vittoria di tappa, prima Maglia Rosa. 

Nessuno più, in questo momento, va in debito d’ossigeno correndo in salita con la mascherina sulla bocca dietro al proprio beniamino. I tornanti, nella fattispecie, sono quelli micidiali del Monte Zoncolan, una delle salite più prestigiose dell’intera corsa. È lassù che Lorenzo Fortunato solleva le braccia e le tiene così a lungo, dopo cinque ore e ventidue minuti d’impresa sportiva.

Andrea Vendrame, da parte sua, ci mette ventuno minuti in più per vincere la dodicesima tappa, la frazione più lunga, in termini di chilometri e, come dicevamo, di tempo. Ma ora anche lì, a Bagno di Romagna, soltanto silenzio. 

Nessuno più a sostare lungo i bordi innevati delle strade che portano in alto, fino al Passo Giau. A Egan Bernal, la Maglia Rosa veste a pennello, ma durante la discesa verso i 1225 metri di Cortina d’Ampezzo, una mantellina nera la nasconde alla vista: l’ha indossata, fino a quel momento per ripararsi da freddo e pioggia. Lo sa, il ragazzo colombiano, e se la sfila, con movimenti di cui solo ciclisti e acrobati sono capaci; mostra a tutti, presenti e telespettatori, il colore sgargiante del vincitore mentre taglia, per la seconda volta, un traguardo di questo Giro. E sembra mettere fine a tutti i giochi.

Ma i ciclisti (forse anche gli acrobati), tradizionalmente, non sono persone che si lasciano intimidire. E, quindi, la terzultima tappa va al terzo in classifica e la penultima al secondo. Rispettivamente a Simon Yates sull’Alpe di Mera e Damiano Caruso, il gregario trasformato in capitano, sull’Alpe Motta. Entrambe frazioni di montagna, si capisce dai nomi, prima della cronometro conclusiva: anche lì, adesso, soltanto l’eco delle aquile. L’ultima cronometro, fino a Milano, come la prima di Torino (guarda un po’), se l’aggiudica Filippo Ganna.

Cosa rimane alla fine del Giro d’Italia

Che cosa, dunque, rimane?

Le scritte sull’asfalto, almeno per il momento. Inneggiano ai vari Ewan, Caruso, Bernal, Yates, Martinez, Nibali. Alcune, con nostalgia, al pirata Pantani… Altre non hanno a che fare con i corridori in gara: benché spiritose, non è il caso di riportarle qua. Per qualche mese saranno oggetto di sorriso amaro per chi passerà, soprattutto in montagna, per questioni di lavoro o di turismo. Poi, anch’esse, poco alla volta, sbiadiranno fino a scomparire del tutto. Sarà a causa delle prime piogge montane e degli sbalzi gelo-disgelo da novembre ad aprile. Non tutte, però: alcune riuscirai a leggerle pressoché immutate. Ti aiuteranno le riprese degli elicotteri e delle moto a maggio 2022. Ecco perché quando ti perdi la diretta di una tappa (è successo anche quest’anno, confessa), speri sempre che non sia quella decisiva come Campo Felice, lo Zoncolan, Cortina, Alpe di Mera o Alpe di Motta.

Cosa fare alla fine del Giro d’Italia?

Adesso che anche tu senti la stretta allo stomaco come alla fine delle medie, la malinconia da ultimo giorno di ferie, il groppo in gola da domenica pomeriggio, voglio darti una buona notizia.

In realtà c’è qualcosa che puoi fare. Non è molto, mi rendo conto, ma è necessario. Attendere e sognare. Percorsi inediti e nuove altimetrie; salite da capogiro e discese forsennate; nomi altisonanti e gregari inaspettati; tifosi urlanti e strade di nuovo piene. 49 settimane soltanto, fino al Giro centocinque.

Una volata, se permetti la spiritosaggine. Perché quando il Giro finisce, ne è già iniziato un altro.

Edoardo Caldarola

Agronomo con il pallino della scrittura.

Coltivatore di parole, se vuoi, o narratore in erba.

Convinto, in ogni caso, che il campo semantico, prima di portare frutto, vada arato.

Che, tra raccolto e racconto, la differenza non è molta.

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